Esteri

La revoluciòn ciudadana di Correa ha ben poco di rivoluzionario

Le proteste estive in Ecuador hanno incrinato definitivamente l’immagine di uno dei leader più popolari dell’America Latina, Rafael Correa.

Alert: chi conoscesse già a fondo il tema si può saltare direttamente a due interviste approfondite sulle fratture socio-politiche ecuadoregne con il prof. Carlos De La Torre e sulla sopravvivenza del sistema intercultural  bilingüe con la maestra María Gabriela Albuja Izurieta.

Dopo trent’anni di politiche neoliberali e crescenti ineguaglianze sociali, Rafael Correa si è presentato come l’uomo ideale per il cambiamento del Paese e per un agognata stabilità politica. Presidente dal 2007, Correa è il primo leader ecuadoriano a portare continuità politica a un paese che ha visto susseguirsi ben 7 presidenti dal 1996. Si è presentato come leader socialista del XXI secolo, alleato naturale di altri leader della regione come il boliviano Evo Morales, e si è affermato anche internazionalmente come antagonista delle politiche neoliberali, della dipendenza dalle esportazioni di materie prime e dai capitali stranieri e nordamericani. Una delle ultime proposte che hanno acceso le proteste da parte degli ambienti conservatori è stata quella di alzare le imposte di successione e la tassazione delle plusvalenze per le famiglie più ricche del Paese. A fronte di queste proteste Venezuela, Bolivia, Cuba e Nicaragua hanno espresso solidarietà alla revolución ciudadana ecuadoriana. Tuttavia, la revolución ciudadana descritta nel preambolo della Costituzione del 2008 quale “nueva forma de convivencia ciudadana, en diversidad y armonía con la naturaleza, para alcanzar el buen vivir, el sumak kawsay; una sociedad que respeta, en todas sus dimensiones, la dignidad de las personas y las colectividades” sembra essere ben lontana dal progetto politico che l’Ecuador ha costruito negli ultimi 7 anni. Pare vero il contrario: Rafael Correa sta dimostrando di perseguire politiche che vanno in direzione contraria.

Sebbene Correa sia ancora il leader più popolare in Ecuador secondo alcuni sondaggi, la sua credibilità sta diminuendo di pari passo all’aumentare della spaccatura del Paese, che non vede socialisti e conservatori a confronto, bensì città e campagne, Stato e movimenti indigeni. Due assi interessanti su cui muoversi per analizzare la situazione sono la gestione delle risorse naturali e la retorica intorno al Sumak Kawsay.

Politiche estrattive e dipendenza da importazioni

Le proteste di agosto sono state organizzate dalle maggiori organizzazioni indigene del paese, tra cui la CONAIE (Confederación de Nacionalidades Indígenas del Ecuador), e sono terminate con scontri e una violenta risposta da parte delle forze dell’ordine. Il tentativo del governo di eliminare il limite dei due mandati presidenziali, presumibilmente per permettere a Correa di correre alle elezioni del 2017, è solo una delle ultime manovre che hanno allontanato i movimenti sociali dal presidente.

La rivendicazioni più urgenti arrivano in particolare dalla Sierra e dall’Amazzonia, luoghi  che ospitano ecosistemi con il più alto tasso di biodiversità della Terra, dove risiede la maggior parte della popolazione indigena e dove sono presenti i più importanti giacimenti di petrolio e i grandi impianti idroelettrici.

Nella costituzione del 2008 viene inserita la “Natura” quale soggetto giuridico avente diritti. Poco dopo l’approvazione della Costituzione, Correa aveva lanciato una campagna mediatica globale, chiedendo circa 3,6 mld USD come compensazione della comunità mondiale per mantenere inviolato il parco nazionale Yasunì (nord-est del paese). La campagna, però non ha avuto successo e Correa ha deciso di non rinunciare al più grande giacimento del Paese, aprendo il parco alle trivellazioni di PetroAmazonas, un’impresa statale. Grazie ai prestiti cinesi, inoltre, l’Ecuador ha investito in una politica estrattiva invasiva per le foreste in altre zone. Oltre alle stazioni estrattive nel parco Yasunì, sono stati aperti allo sfruttamento grandi giacimenti minerari. Un caso importante è la miniera di rame e oro di El Mirador nella Cordillera del Condor (sud-est del paese), che vede vasche di residui chimici non distare molto da importanti corsi d’acqua. Nella regione ci sono state diverse proteste, spesso sfociate in violenti scontri. Dal 2009 ben tre attivisti hanno incontrato la morte (José Isidro Tendetza Antún, Freddy Taish e Bosco Wisum), alcuni dei quali in circostanza ancora poco chiare. Infine, anche le energie rinnovabili non sono esenti da conflittualità: l’Ecuador insiste nel costruire grandi impianti idroelettrici sovradimensionati in termini di potenza, rispetto alla portata d’acqua dei corsi di riferimento. Si è instaurato così un malsano modus operandi che prevede la deviazione dei fiumi per garantire la piena operatività degli impianti. Questi fenomeni sono altamente pericolosi per qualsiasi tipo di ecosistema. Per citare un esempio, il Coca-Codo Sinclair Hydroelectric Project, costato 2 mld USD, rischia di prosciugare le famose cascate di San Rafael.

In relazione a queste grandi opere al governo viene innanzitutto contestato di non aver messo in atto una vera e propria consultazione con le comunità locali, così come prevedono i famosi derechos colectivos della costituzione (artt. 57 e 61). E qui entra in gioco un altro discorso importante e forse paradossale, relativo alle nazionalità riconosciute dalla Costituzione e ai loro diritti sociali e al proprio progetto di revolución ciudadana caro a Correa, che promuove uno stato plurinazionale e interculturale (art. 1) la cui filosofia ruoti intorno al concetto andino del Sumak Kawsay (letteralmente “benessere”, in Ecuador è associato a tutte quelle pratiche e a quei saperi indigeni che permettono all’uomo di vivere in armonia con sé stesso, la natura, le conoscenze antiche e l’incontro con l’Alterità).

Padiglione Ecuador - Expo 2015

Padiglione Ecuador all’Expo 2015, Milano, Italy (foto di Michele Aiello)

Quale visione del paese? La struttura economica e il sistema educativo

Secondo la retorica governativa i ricavi del petrolio e delle esportazioni vengono reinvestiti in infrastrutture e servizi. Sebbene sia fuori discussione che le condizioni di vita siano migliori rispetto agli anni ’80 e ’90, il Paese non si è emancipato dalle storiche problematiche economiche: dipendenza dalle importazioni, che pesano sul deficit del Paese; e dipendenza dalle esportazioni di materie prime. La recessione cinese, unita all’abbassamento del prezzo del barile, potrebbe mettere in difficoltà tutto il progetto Correa, dagli impianti estrattivi alle scuole. Secondo Jeffery R. Webber, professore di Relazioni Internazionali al Queen Mary, University of London, il modello economico di riferimento per Correa non è in realtà diverso da quello degli ambienti conservatori. Lo scontro tra Correa e le destre del paese riguarderebbe il mero controllo di un modello economico neoliberale, mentre lo scontro tra opposte visioni della società sarebbe da individuare tra i movimenti sociali e il governo. Come afferma Pablo Ospina Peralta, per invertire la rotta si dovrebbe  attivare un virtuoso processo di produzione e redistribuzione delle risorse naturali, tutelando la biodiversità a beneficio delle comunità locali “an ambitious program of resource reallocation – starting with land and water – together with a selective substitution of imports”.

È possibile che la revolución ciudadana sia stata davvero solamente un’operazione populista per garantirsi nel medio periodo il consenso generale della popolazione ecuadoriana? In questo contesto, la scuola funge da istituzione chiave per mettere ulteriormente alla prova la credibilità del governo circa il rispetto dei principi costituzionali. Le politiche educative finora implementate, infatti, vanno nella direzione di uno Stato centralizzatore e poco incline ad accettare la diversità.

Dal 2008 vengono costruite dal nulla le cosiddette scuole del millennio, grandi infrastrutture, che costano minimo 2 milioni USD l’una, dotate di importanti innovazioni tecnologiche e nuove biblioteche. Un sistema scolastico all’avanguardia, però, esisteva già sul piano dell’offerta formativa: il sistema de educación intercultural bilingüe, attivo dagli anni ’80. Sotto il coordinamento della CONAIE e successivamente istituzionalizzato sotto un dipartimento governativo, le lingue locali erano parificate allo spagnolo e le conoscenze del territorio entravano a far parte dei piani curricolari.

La diversità in Ecuador non è una rivendicazione ideologica. La costituzione riconosce 14 nazionalità in Ecuador e l’esistenza di altrettante lingue, tra le quali le più diffuse sono Kichwa e Shuar. Tuttavia, solo il Castigliano è riconosciuto quale lingua ufficiale, mentre Kichwa e Shuar sono cosiddette lingue interculturali. Così le scuole adottano il castigliano come unica lingua d’apprendimento, e le lingue locali, strumento prezioso per una trasmissione delle conoscenze ancestrali, per una gestione ottimale del territorio e per un utilizzo della biodiversità a fini produttivi o di sussistenza, rischiano di scomparire poco a poco. Si dovrebbe supporre che il loro studio scolastico faccia parte del progetto il cui perno è il Sumak Kawsay, invece le Unidades educativas del milenio (UEM) mettono da parte questa eredità puntando su una supposta superiorità della modernità tecnologica e culturale. Nel frattempo, le piccole scuole rurali del sistema intercultural bilingüe sono costrette alla chiusura e, per via del conseguente accorpamento dei plessi, i bambini sono costretti a fare più strada a piedi per raggiungere la classe. Il sistema bilingue si faceva custode anche di preziose sperimentazioni pedagogiche, alcune delle quali raccontate nel documentario Educación Prohibida (la scuola Inka Samana è solo uno degli esempi che si potrebbero fare), ergendosi dunque a protezione delle diversità ecuadoriane. Tuttavia, il pensiero ufficiale è che tutto ciò che non sia moderno sia da considerare superato, primitivo. Per questo Correa ha esplicitamente denigrato le vecchie scuole bilingue definendole “escuelas de la pobreza”.

La stampa ecuadoriana cosa dice?

In questo contesto sempre più polarizzato la stampa non gode di buona salute. Non è un caso per molti che lo stato d’emergenza nazionale per le eccezionali attività del vulcano Tocopaxi (inattivo da 73 anni) sia stato dichiarato proprio in concomitanza delle manifestazioni di agosto. Lo stato d’emergenza permette al governo di limitare il diritto d’espressione e poco infatti si è potuto sapere persino sullo stesso vulcano, dato che il governo ha ristretto la diffusione di informazioni alle sole comunicazioni rilasciate dal governo. Sulla questione si è espressa anche Reporters sans frontiers, che ha fatto notare come “there is no justification for forcing reporters to only use information from official scientific sources and to ignore all other sources”. Non è solo una questione di gestione della circolazione di contenuti, ma anche di diritti civili e gestione delle forze dell’ordine: grazie allo stato d’eccezione tutte le forze armate e di polizia sono state a disposizione del Ministero per la Coordinazione della Sicurezza e del Ministero della Difesa e i diritti costituzionali individuali, tra cui inviolabilità del domicilio, di assemblea e di corrispondenza, sono stati sospesi. Non è difficile quindi affermare che il rapporto di Correa con i media è particolarmente problematico. La Ley Organíca de Comunicación del 2013 è così ambigua che le sue aperture democratiche (come la divisione delle frequenze tra pubblico e privato) sono oscurate dalle possibilità del governo di censurare e minacciare le testate. Basti pensare all’art.22 e al “derecho a recibir información de relevancia pública veraz” oppure all’art. 26 in cui “Queda prohibida la difusión de información que […] sea producida […] con el propósito de desprestigiar a una persona natural o jurídica o reducir su credibilidad pública”. Queste e altre disposizioni ambigue, unite alla possibilità di richiesta di rettifica e di multe, di fatto ha creato un’atmosfera di pesante auto-censura.

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