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Mantova: cronaca di una città in coma

Foto: studio3gk.altervista.org

Foto: studio3gk.altervista.org

Tornato a casa, ho trovato la mia città in coma

Vivere per un periodo all’estero significa spesso perdere un certo contatto con la realtà territoriale della tua città. I quotidiani online possono solo parzialmente supplire a questa mancanza e l’assenza di “conterranei” con cui discutere porta quasi ad estromettersi dalle situazioni che vivono coloro che invece sono rimasti nel Paese d’origine.

Capitale della cultura in crisi

Tornavo da Varsavia, centro nevralgico, vivace e cosmopolita di una Polonia in crescita. Nel tragitto dall’aeroporto a casa avevo contato le decine di drappi rossi con la scritta “Mantova 2019” che ancora tappezzavano tutto il centro storico: mi ero illuso che Mantova avesse fatto il salto di qualità, abbandonando l’etichetta di “Bella Addormentata” con cui è riconosciuta in Italia – e in tutto il mondo dopo questo recente articolo del Guardian – , pronta a mostrare tutte le sue bellezze inespresse.

Dai cartelloni che celebravano la nostra candidatura a Capitale Europea della Cultura nel 2019 la vista si era persa velocemente sui numerosi striscioni di protesta che gli operai della Cartiera Burgo hanno posizionato sulla strada che porta dalla città alla fabbrica, a pochi passi dal comune dove risiedo.

A febbraio 2013, mentre studiavo in Polonia, gli ultimi 188 operai Burgo rimasti in fabbrica erano stati messi in cassa integrazione (ora è stata avviata la procedura di mobilità). La chiusura della Cartiera – opera di architettura industriale firmata da Pier Luigi Nervi – ha rappresentato un altro duro colpo a un’economia, quella mantovana, già bastonata senza pietà dalla crisi economica degli ultimi anni.

Dal 2008 ad oggi il trend non accenna a cambiare: in cinque anni la mia provincia ha perso circa12mila posti di lavoro e mandato in cassa integrazione circa 4500 lavoratori.

Disoccupazione e veleni

Crolla uno degli ultimi baluardi. Mentre negli ultimi anni diminuivano le certezze, un’industria mantovana mostrava invece particolare solidità: la raffineria Ies, di proprietà del colosso ungherese Mol, che nell’impianto mantovano aveva investito dal 2007 ad oggi circa un miliardo di euro. Numerosi compagni delle superiori vi hanno trovato appena diplomati un posto come tecnici, percependo stipendi con cui progettarsi il futuro. Alcune famiglie contano addirittura tre generazioni di lavoratori in raffineria.

Anche in questo caso, tornare dall’estero è coinciso con uno “scendere dalle nuvole”. Ai primi di ottobre il gruppo proprietario dello stabilimento ha infatti annunciato la trasformazione dello stabilimento in polo logistico – ovvero in deposito – con la cessazione della produzione che porterà, secondo le previsioni, al taglio di circa 1000 posti di lavoro tra dipendenti diretti e indotto.

“Tanti dei nostri lavoratori hanno aperto un mutuo da poco, alcuni magari hanno già la moglie in cassa integrazione” spiega Paolo Spadafora, Rsu dello stabilimento. Lui e i lavoratori sembrano non credere più in un cambio di strategia della Mol, ma esigono chiarezza da tutte le parti interessate: “Non accettiamo che lo Stato Italiano permetta in questo modo di lasciare senza lavoro un migliaio di persone, in un settore di grande rilevanza strategica come quello petrolchimico”. Da ottobre la città fa i conti con questo ennesimo dramma: ora le ultime speranze dei lavoratori Ies sono riposte nelle trattative sindacali che dovrebbero partire la prossima settimana.

Il corteo per lo sciopero generale a Mantova, 31 ottobre 2013 (foto:gazzetta di mantova)

Il corteo per lo sciopero generale a Mantova, 31 ottobre 2013 (foto:gazzetta di mantova)

Salute e lavoro, binomio in discussione anche a Mantova. Anche a Mantova, come a Taranto e in tante altre città italiane, passano gli anni e i grandi colossi industriali continuano (quasi) indisturbati a sostenere che sia impossibile conciliare il diritto al lavoro con il diritto alla salute e il rispetto dell’ambiente. Le elezioni provinciali 2011 a Mantova si erano giocate proprio sulla questione ambientale, relativa all’inquinamento delle falde causato dagli sversamenti del polo chimico di cui fa parte la Ies. Sono più di dieci anni che se ne parla, poco o nulla è stato fatto e il rischio della chiusura dello stabilimento petrolchimico rende ora difficile pensare che verranno realizzate le dovute bonifiche (seguendo così il triste destino della Tamoil di Cremona, trasformata in deposito due anni fa). Intanto benzene, oli e idrocarburi si sversano nella falda, in una zona dove nel raggio di 2 chilometri vivono 1500 persone, tra cui una ricerca del 2004 aveva rilevato una percentuale di casi di sarcoma dalle 2 alle 5 volte maggiore della media nazionale.

Una dura realtà

Tornato a casa, ho trovato la mia città in coma. Ho trovato ventunenni con un lavoro perso, trentenni disoccupati con un mutuo da pagare, cinquantenni con il progetto di trasferirsi all’estero. Ho trovato gente che lotta, ma che raramente viene ascoltata.

Ho trovato una città avvelenata dagli idrocarburi e dalla retorica di una politica impotente.

La Bella Addormentata è caduta in un sonno che giorno dopo giorno diventa sempre più profondo. Simbolo di un Paese bello, ma assopito.

Lorenzo Pirovano

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