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Il potere economico e politico dell’esercito egiziano – Analisi e background

In questi giorni muoiono moltissimi egiziani e il governo provvisorio parla di sciogliere la Fratellanza Musulmana, forzandola nuovamente alla clandestinità. Il grande attore di queste ore è l’esercito egiziano, il cui potere politico ed economico non è così nascosto come sembra. Un’analisi pubblicata da Il Journal il 17 luglio scorso.

Il 3 luglio l’esercito ha arrestato il presidente dell’Egitto, Muhammad Morsi, insieme a circa 300 alti esponenti della Fratellanza Musulmana. L’arresto è avvenuto allo scadere di un ultimatum che l’esercito stesso aveva dato a Morsi giusto tre giorni prima. Domenica 30 giugno, infatti, primo anniversario della presidenza Morsi, il gruppo Tamarod ha presentato alla Corte Suprema 22 milioni di firme per chiedere le dimissioni di Morsi, e contemporaneamente sono scese nelle piazze egiziane almeno 10 milioni di persone. L’esercito ha dichiarato di aver rispettato la volontà popolare e a sostegno di ciò si potrebbe riportare uno slogan più volte cantato dai manifestanti in piazza Tahrir: “the people and the army are one hand!”. L’esercito ha parlato per mezzo del ministro della Difesa e Capo di Stato Maggiore Abdel Fattah al-Sisi, che ha dichiarato la formazione di un governo ad interim e ha sospeso la nuova costituzione approvata nel 2012. E pensare che proprio al-Sisi aveva assunto questi due incarichi grazie a Morsi nell’estate del 2012. Questo nuovo capitolo della transizione mostra ancora una volta che i militari non sono mai usciti di scena dalla politica egiziana e ancora una volta antepongono i loro interessi al processo di democratizzazione.

L’esercito egiziano non è una forza neutra

Il dibattito sulla natura della transizione è molto acceso. Siamo di fronte  a una seconda “rivoluzione”, a un colpo di Stato o a un ibridazione tra le due? Come dice Ewan Stein su The Conversation, descrivere questa transizione come un colpo di Stato non tiene conto del ruolo dei milioni di egiziani scesi in piazza, ma, allo stesso tempo, definirlo un’azione voluta dal “popolo” significa non comprendere le dinamiche di potere all’interno dell’Egitto. Sebbene l’esercito si presenti spesso come difensore dell’unità nazionale, non è un attore neutro.

Durante la deposizione di Mubarak i militari fecero fare il lavoro sporco alla polizia per mantenere l’ex-Presidente al suo posto. La vittoria dei manifestanti sulle forze di polizia venne pagata a caro prezzo: furono 846 le persone che persero la vita e 6.000 i feriti. Tuttavia, l’esercito non fu esente da responsabilità. Secondo un rapporto governativo tenuto segreto da Morsi, ma trapelato al The Guardian qualche mese fa, è stato riscontrato che “durante la rivoluzione del gennaio 2011, anche l’esercito ha torturato, ucciso e fatto sparire forzatamente molti cittadini egiziani”. Si parla di un migliaio di civili scomparsi durante quei diciotto giorni che hanno portato alla deposizione di Mubarak. Si potrebbe parlare addirittura di desaparecidos egiziani, dato che non si sa ancora dove siano i corpi. Nonostante questi gravi crimini, l’esercito rimane una forza benigna agli occhi della maggioranza della popolazione. La benevolenza di cui gode deriva principalmente da due fattori: il ricordo delle guerre contro Israele è ancora vivo (’48, ’56, ’67, ‘73); l’esercito è il maggior datore di lavoro in Egitto.

Il rapporto tra Forze Armate e Fratellanza Musulmana

Nel 2011, i vertici dell’esercito soffrivano la decisione di Hosni Mubarak di voler passare le redini al figlio Gamal. Gamal Mubarak sarebbe stato il primo capo di Stato senza un background militare, avrebbe introdotto nuove politiche neo-liberiste e avrebbe consolidato il corrotto network clientelare che ruotava attorno alla famiglia Mubarak. Inoltre, Hosni Mubarak stava finanziando massicciamente il Ministero degli Interni e le forze di polizia, e questo preoccupava ulteriormente i generali. Quando nel gennaio 2011 l’esercito ha esautorato Mubarak non stava agendo solamente secondo la volontà della piazza, ma si stava schierando contro il sistema di potere dei Mubarak.

La questione degli interessi commerciali dei militari è importante perché il loro potere reale non si limita al monopolio legittimo dell’uso della forza. Dopo mezzo secolo alla guida dell’Egitto, l’esercito è in grado di controllare circa metà della burocrazia statale e dell’economia egiziana. Un drastico passaggio dal sistema politico di Mubarak a un governo civile poteva e può mettere a repentaglio questi interessi. Per questo, subito dopo la caduta di Mubarak, l’esercito ha deciso di attivare un organo di natura emergenziale, il Consiglio Supremo delle Forze Armate (SCAF), che dal 10 febbraio 2011 al 30 giugno 2012 ha operato proprio come una giunta militare e gli ha permesso di gestire la prima transizione.

Non erano solo le questioni economiche a spaventare lo SCAF, che a oggi non è stato ancora sciolto, ma anche la legittima richiesta dei manifestanti che gli ufficiali venissero giudicati per i crimini passati. Anche i Fratelli Musulmani all’inizio condividevano questa richiesta di giustizia. Di modo da evitare questa eventualità, lo SCAF aveva elaborato nell’estate 2011 una posizione politica conosciuta come “documento al-Selmi”: “salvaguardare la legittimità costituzionale” è prerogativa dell’esercito e tutte le questioni militari devono essere delegate a un Consiglio di Difesa Nazionale, un organo extra-parlamentare controllato dagli ufficiali. La richiesta di istituire un Consiglio di Difesa Nazionale può sembrare legittima se intesa nel senso di sicurezza nazionale, ma il reale obiettivo era un altro: non permettere alle istituzioni civili di sindacare sul budget militare. Non appena gli attivisti hanno appreso dell’esistenza di tale documento, sono scoppiate nuove proteste e duri scontri di piazza. A quel punto i militari hanno realizzato che era necessario avere un alleato politico che inserisse queste richieste nella nuova Costituzione. Tale apertura è arrivata, inaspettatamente, dalla Fratellanza Musulmana.

Durante la transizione post-Mubarak, infatti, sono cominciati a emergere nuovi obiettivi per i Fratelli Musulmani: la totale uscita dalla clandestinità e la legittimazione di un voto popolare. Sebbene non ci siano informazioni certe a riguardo, il partito di Morsi deve aver cominciato a negoziare alcune condizioni coi militari. Poco prima delle elezioni la Fratellanza ha iniziato a rinunciare a molte istanze provenienti dalle proteste di piazza. Poi durante i lavori di scrittura della costituzione del Parlamento ha inserito importanti garanzie per l’esercito: il ministro della Difesa deve essere un militare; viene previsto il Consiglio di Difesa Nazionale per la gestione del budget militare; e rimane in vigore la leva obbligatoria. In particolare, l’impossibilità di monitorare il budget dell’esercito è un vulnus per la trasparenza degli affari nazionali, a maggior ragione se la maggior parte di queste attività riguarda servizi e produzioni civili (vedi sotto).

L’intelligenza di Morsi è stata quella nascondere le negoziazioni che stavano portando a questo risultato con operazioni mediatiche, come quando Morsi ha restaurato le camere sciolte dallo SCAF e ha pensionato i generali più anziani e potenti, come il potente maresciallo Mohamed Hussein Tantawi che dal 2011 guidava lo SCAF. Il compromesso però non è terminato con le garanzie costituzionali. Come ha scritto Hesham Sallam, della rivista online Jadaliyya, anche dopo la fine formale del governo militare il 30 giugno del 2012, e il forzato pensionamento dei generali militari anziani il 12 agosto 2012, la presidenza Morsi e la Fratellanza Musulmana hanno lavorato duramente nel mantenere la loro linea accomodante nei confronti dei militari. Ad esempio, fino ad oggi nessun leader dei militari senior è stato portato dinnanzi alla giustizia per i crimini commessi durante il governo dello SCAF. Morsi rifiuta ancora di agire sulla base del report di una commissione presidenziale d’inchiesta che ha implicato i leader anziani dell’esercito nell’uccisione e nella tortura dei manifestanti”.

Gli interessi degli ufficiali e le alleanze internazionali

L’esercito egiziano è costituito da 450.000 uomini, ma non per questo che è il maggior datore di lavoro dell’Egitto. Nei decenni di governo militare, le Forze Armate hanno assunto il controllo di molti settori pubblici e privati e oggi si stima che abbiano in mano tra il 25 e il 40% dell’economia egiziana. Anche per l’International Crisis Group l’esercito ha una posizione chiave nell’economia egiziana. Secondo il report Lost in Transition proprio perché i militari controllano una così vasta fetta dell’economia, è comprensibile che resistano a qualsiasi cambiamento che mini il loro controllo sulle risorse. Gli ufficiali in attivo, ma anche i pensionati, mantengono ruoli di potere nel settore energetico e nella gestione del Canale di Suez, presiedono grosse industrie pubbliche e sono all’interno di numerose holding controllate dallo Stato. Per citare altri esempi basti pensare che tutti i servizi aeroportuali sono gestiti dall’esercito, gli ufficiali sono capo della maggior parte delle aziende che trasformano di prodotti alimentari e sono sempre loro a dominare il settore immobiliare. Anche il riciclaggio di rifiuti e la distribuzione del carburante sono controllati dall’esercito, per non parlare dell’industria delle armi. In un contesto di disoccupazione e riduzione della capacità d’acquisto, le imprese gestite dagli ufficiali rappresentano dei punti di riferimento sia come mezzo di mobilità sociale sia per l’accesso a beni di prima necessità a prezzi economici.

Questo aspetto riesce a oscurare altri aspetti negativi. Al volume degli affari, infatti, si aggiunge una questione di casta: gli ufficiali in attività e in pensione hanno diritto a un trattamento speciale negli ospedali militari, a case popolari, a vacanze spesate, a sussidi per i matrimoni della famiglia e a casse di cibo gratis per il periodo del Ramadan. Inoltre, v’è la questione del presunto sfruttamento dei soldati di leva nelle industrie civili, secondo una modalità paragonabile al lavoro forzato.

Se questa situazione è tollerabile in momenti di benessere o crescita economica, la situazione cambia se le cose vanno male e attualmente l’economia egiziana è in un momento critico. Il turismo è calato notevolmente dalle proteste del 2011, l’incertezza politica ha fatto diminuire drasticamente gli investimenti, la disoccupazione del settore secondario rimane alta, un dato allarmante se si tiene conto che il 60% degli egiziani ha meno di 30 anni. Inoltre c’è ancora un alto livello di burocratizzazione del settore privato. L’Egitto è in una fase di stagflazione, una combinazione disastrosa tra inflazione e assenza di crescita economica. Secondo l’Economist è necessaria una razionalizzazione dei sussidi energetici, perché lo Stato è importatore netto di idrocarburi e non può più permettersi di pagare la differenza tra i prezzi internazionali e i prezzi calmierati domestici. Non è una scelta politica semplice, però, dato che i sussidi che rappresentano la salvezza per molte famiglie. Inoltre, senza diesel e gasolio si fermerebbe anche tutto il sistema d’irrigazione delle campagne. Una risposta per uscire dalla crisi potrebbe venire dagli alleati internazionali, ma anche la scelta degli amici è fonte di conflitto. Il Fondo Monetario Internazionale (FMI), per esempio, si è presentato offrendo un prestito di 4.8 miliardi di dollari, proprio in cambio della rimozione dei sussidi alimentari ed energetici. Poche ore dopo l’insediamento del nuovo governo, Arabia Saudita e Abu Dhabi hanno prontamente reso disponibili rispettivamente 5 e 3 miliardi di dollari di aiuti all’Egitto e il Kuwait ne ha promesso altri 4. Al contrario, Morsi aveva infastidito i vertici dell’esercito avvicinandosi al Qatar, ai gruppi jihadisti siriani, ad Hamas e all’Iran, mettendo in crisi la storica alleanza con l’Arabia Saudita.

L’incapacità di Morsi di uscire da questo vortice di crisi stava rischiando di portare l’Egitto verso la rivolta popolare generalizzata. I dieci milioni di egiziani in piazza devono avere spaventato l’establishment dell’esercito, stufo già da tempo di Morsi per la sua testardaggine ad agire come se l’opposizione non esistesse e per i cambiamenti in politica estera. C’è qualcosa però che sembra rimanere una costante in Egitto: i rapporti con gli Stati Uniti.

Quanto contano gli USA per l’esercito egiziano

Dal 1987 gli USA forniscono ogni anno all’Egitto aiuti per 1 miliardo e mezzo di dollari. Anche quest’anno Barack Obama ha richiesto lo stanziamento di 1.55 miliardi per Il Cairo: 1.3 miliardi saranno aiuti militari, i restanti 250 milioni saranno aiuti economici. In termini di aiuti militari bilaterali con gli Stati Uniti, l’Egitto è secondo solo a Israele. È il prezzo che gli USA pagano per mantenere la pace tra Egitto e Israele firmata nel 1979. Secondo Wikileaks, però, gli aiuti consentono agli USA il transito privilegiato nel Canale di Suez e la possibilità di sorvolare lo spazio aereo egiziano. Secondo Abayomi Azikiwe del Pan-African News Wire “gli USA non vogliono una rivoluzione genuine in Egitto. Le implicazioni di una presa del potere da parte di lavoratori, giovani, intellettuali rivoluzionari e contadini avrebbero conseguenze per tutta la regione (…) Posizione del tutto differente è stata presa dall’Unione Africana (AU), l’organizzazione intergovernativa che rappresenta i 54 Stati africani. L’AU ha immediatamente temporaneamente sospeso l’Egitto dall’organizzazione in attesa di nuove elezioni e del ritorno a un governo di civili”.

Aldilà della discussione sulla definizione di colpo di Stato, la miglior garanzia per gli Stati Uniti è rappresentata dall’esercito. Il fatto che Abdel al-Sisi si sia diplomato presso lo U.S. Army War College non è un aspetto da sottovalutare. Da parte sua l’esercito egiziano ha bisogno di quegli aiuti anche per continuare a “drogare” la sua base economica.

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