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Migranti in fuga – La rotta Balcanica

cartina balcaniLa guerra Jugoslava non appartiene a un’epoca storica lontana e c’è chi le conseguenze di quel conflitto le sta ancora scontando. Per non dimenticarlo è in corso in questi giorni la quinta edizione della Carovana “in Europa oltre nuovi muri” che attraverserà le strade dei paesi dell’ex-Jugoslavia per guardare da vicino e tentare di capire la realtà dei tanti esuli e rifugiati della zona. Oltre a raccogliere importanti testimonianze sul delicato tema dei profughi, la Carovana organizzata dall’associazione “Tenda per la Pace e i diritti” ha soprattutto l’intento di mantenere in vita la memoria e l’attenzione sul problema degli sfollati sopravvissuti al conflitto balcanico. Oggi sembra una piaga senza tempo ma la fine della guerra ha una data precisa, sebbene a distanza di quasi vent’anni non si sia ancora trovata una risoluzione alternativa per le migliaia di persone che ancora vivono nei campi profughi della Serbia. Non molto tempo fa, in occasione della Giornata Mondiale del Rifugiato – lo scorso 23 Giugno – era stato organizzato un incontro a Belgrado tra alcuni rappresentanti dell’UNHCR (l’Alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite) e la vice commissario per i rifugiati della Repubblica Serba, Svetlana Velimirovic.  Durante la conferenza è stato ricordato che la Serbia è addirittura il primo paese in Europa per numero di rifugiati e occupa il quinto posto nella classifica su scala mondiale. È un viaggio della memoria dunque, che si alimenta della visita dei tanti progetti volti alla ricostruzione non soltanto fisica e materiale del territorio, ma anche e soprattutto per la ricomposizione di un tessuto sociale a tutt’oggi martoriato.

A fianco al tema della memoria e dei rifugiati interni si è sviluppata un’altra questione altrettanto importante che coinvolge anche i migranti di oggi, molti dei quali richiedenti asilo perché in fuga da zone di conflitti. I paesi dell’ex-Jugoslavia – infatti – sono sempre più strategici geograficamente negli spostamenti trans-frontalieri verso la “fortezza Europa”, tanto da poter parlare di una “rotta balcanica” delle migrazioni. E nel via vai dei tanti uomini in cerca di una nuova vita, questi itinerari possono diventare anche i luoghi di una vera e propria tratta di esseri umani – specie di donne e bambini – che finisce in molti casi sotto il controllo della mafia albanese. Il viaggio può durare mesi, a volte anni, attraversando intere nazioni a piedi o adattandosi a metodi di spostamento tanto incredibili quanto pericolosi, come nel caso dei moltissimi minori afghani che si legano per centinaia di chilometri sotto i camion di trasporto merci diretti in Europa.

Per afghani, pakistani, bengalesi, siriani ma anche per migranti in fuga dall’area sub-sahariana e nord-africana, la Serbia non è meta finale ma tappa intermedia, spesso di stallo, soprattutto da quando Grecia e Ungheria hanno chiuso le proprie frontiere riservando trattamenti troppo spesso disumani nei confronti dei migranti. Un primo allarme sulla violazione dei diritti umani da parte delle forze di polizia greca era stato lanciato nel 2012 da Amnesty International, in un report dal titolo molto significativo: “Greece. The end of the road for refugees, asylum seekers and migrants” – (Grecia. La fine del viaggio per rifugiati, richiedenti asilo e migranti) – una raccolta di testimonianze di uomini che hanno cercato invano di entrare nel paese attraverso il fiume Evros prima di essere brutalmente respinti. Un secondo allarme sullo stesso problema è stato lanciato anche quest’anno a Luglio nel nuovo report “Frontier Europe. Human rights abuses on Greece’s border with Turkey” (“Frontiera Europa. L’abuso dei diritti umani ai confini tra Grecia e Turchia”).

E neppure in Ungheria si profila un’accoglienza migliore. Già dall’anno scorso l’UNHCR raccoglieva la testimonianza di maltrattamenti nei confronti di richiedenti asilo costretti in prigionia,  denunciando che l’anno precedente – il 2011 – ben 1.102 richieste di asilo su un totale di 1.693 erano state inoltrate da migranti in stato di detenzione. In questi due anni il paese non solo non è tornato sui suoi passi, anzi, ha reso più severe le regole nei confronti dei fuggitivi stranieri. Lo scorso 1 Luglio l’Ungheria ha approvato una nuova legge che prevede la possibilità di detenzione per i richiedenti asilo fino a un periodo massimo di sei mesi. Esistono testimonianze di intere famiglie in fuga che, passando per la Serbia, aspettano settimane prima di varcare il confine con L’Ungheria – e quindi con l’Europa – in attesa di un momento propizio che eviti loro altri guai. Ai bordi della piccola città serba di Subotica, proprio al confine con l’Ungheria, si sono formati accampamenti di fortuna, un limbo precario per alcune decine di migranti che ha preso il nome di “the jungle”. Per loro e per i tanti altri uomini in fuga da conflitti, povertà o catastrofi, il viaggio verso l’Europa continua ad essere proprio una giungla. Di divieti, violazioni, respingimenti e violenze.

Questo articolo è stato pubblicato da Il Journal al link: http://www.iljournal.it/2013/migranti-fuga-verso-la-fortezza-europa/496966?page=1

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