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Raulismo e Fidelismo, facce della stessa medaglia

L’articolo analizza la transizione economica cubana ed è stato pubblicato da Il Journal qui.

Hugo Chavez abbraccia Raúl Castro

Hugo Chavez abbraccia Raúl Castro

La morte di Hugo Chavez ha posto numerosi interrogativi sulla tenuta del sistema economico cubano. Sono passati già 5 anni da quando Fidel Castro ha abbandonato la guida del Partito Comunista Cubano (PCC), lasciando la guida al fratello Raúl. Il passaggio del testimone ha stimolato l’avvio di una transizione economica, infatti Raúl Castro ha annunciato diverse riforme e ha promesso di attuarle durante due mandati di 5 anni l’uno. Le “Linee guida” delle riforme, cosiddette rauliste, sono state decise dal VI Congresso del PCC, svoltosi nel 2011. Lo scorso gennaio è finito il primo mandato e Raúl è stato confermato alla guida del Paese. Dato che ci troviamo esattamente a metà di questo esperimento politico, è doveroso fare alcune considerazioni in merito.

Pregi e difetti delle riforme rauliste

La missione di Raúl Castro è quella di riformare il sistema, senza pregiudicare lo spirito della revolución. La gratuità dei servizi sanitari e dell’educazione sono forse gli esempi più alti di questo spirito, ma se si vuole essere cinici, mantenere lo spirito della rivoluzione significa intaccare il meno possibile gli interessi della classe dirigente. Per questo il sistema politico non verrà modificato finché vigerà gerontocrazia dei fratelli Castro. A livello economico, però, ci sono diverse novità.

Cuba è uno Stato socialista e la sua economia viene pianificata dallo Stato. Le riforme economiche di Raùl Castro mirano a trasformare Cuba in un regime economico misto, a metà tra pianificazione e capitalismo. Come negli anni ’90, oggi si è aperto uno spiraglio per l’imprenditoria privata. I cubani potranno aprire piccole attività, vendere e comprare case e automobili, chiedere prestiti bancari. Da gennaio, inoltre, è possibile viaggiare all’estero senza dover richiedere il permesso ufficiale alle autorità. Il risultato di queste aperture è stato l’aumento del settore privato del 40% tra il 2010 al 2013, passando da 160.000 a 400.000 unità. La questione è particolarmente interessante nel settore agricolo, perché ogni anno Cuba spende un miliardo e mezzo di dollari per importare derrate alimentari. Per aumentare la produzione, Raúl ha consentito ai singoli individui la facoltà di avviare aziende agricole private, un cambiamento drastico dato che fino al 2008 le cooperative statali rappresentavano l’unico modello possibile. Quindi, molti terreni incolti sono adesso coltivati in proprio o in affitto.

I prossimi obiettivi di Raúl sono la riduzione della burocrazia e l’unificazione monetaria. È bene soffermarsi un attimo sulla questione della “doppia moneta” di Cuba. Quando l’URSS collassò, terminò un sistema commerciale con Cuba che permetteva a Fidel Castro di mantenere in piedi i pilastri fondamentali del suo sistema socialista, in particolare il sistema sanitario. L’URSS comprava zucchero cubano a prezzi appositamente elevati ed esportava a Cuba manufatti e tecnologia a prezzi stracciati. L’improvviso blocco di questa partnership ha messo Castro di fronte alla scelta obbligata di aprirsi al mercato internazionale. Il governo dunque divise in due l’economia: il settore pubblico, continuazione dell’ordine socialista castrista; e un ristretto settore privato, dedicato principalmente ad aziende esportatrici, a cui venne consentito di commerciare con dollari statunitensi. Castro permise l’entrata delle rimesse dall’estero e la circolazione in territorio cubano di dollari americani. Contestualmente, quindi, introdusse a fianco del peso cubano, il peso convertibile, cioè una valuta il cui valore era pari a quello del dollaro statunitense. La presenza di questa moneta ha favorito il turismo, gli investimenti stranieri e le imprese miste, ma è importante sapere una cosa: sebbene dal 2005 un peso convertibile valga 24 pesos cubani, a livello fiscale peso cubano e convertibile vengono considerati come se avessero lo stesso valore. Questo ha portato al naturale arricchimento relativo di chi possiede asset in pesos convertibili rispetto al resto dei cubani. Dato che la maggior parte degli stipendi e dei conti in banca sono in pesos cubani, il VI Congresso del 2011 ha deciso di eliminare il peso convertibile e ha previsto l’unificazione monetaria per il 2014. La mossa mira ad aumentare la produttività, ma, allo stesso tempo, aumenta l’ineguaglianza sociale e spinge i ricchi cubani a investire all’estero i risparmi che possiedono in pesos convertibili.

Il professor Carmelo Mesa Lago opina che le riforme rauliste, in realtà, hanno approfondito in particolar modo le ineguaglianze basate sul colore della pelle: “la disuguaglianza razziale (corsivo dell’autore) è aumentata a causa del minore accesso, rispetto ai bianchi, degli afro-cubani alle rimesse, ai lavori del turismo, alle imprese miste e del settore privato – i cui stipendi sono ben superiori ai salari del settore statale, che impiega l’83% degli afro-cubani.” Inoltre, la mancanza di libertà di associazione non rende i cubani partecipi di questa transizione. Le riforme rauliste stanno aprendo il sistema economico, ma non toccano minimamente la struttura politica del partito unico. È evidente che la nomenclatura del partito teme una transizione drastica che possa esporre i crimini compiuti e le ricchezze accumulate. Il Congresso del PCC rimane il pilastro della elaborazione dell’ideologia e delle politiche da intraprendere, mentre il suo Comitato Centrale rimane a capo dell’esecutivo. Non a caso Raúl Castro (classe 1931) e Ramón Machado Ventura (classe 1930) sono i due più importanti esponenti del regime ed entrambi hanno partecipato alla guerriglia contro Batista (1953-1959). Per questo gli analisti continuano a definire il regime cubano una “oligarchia consultiva”, il cui centro è costituito dal PCC. Un’oligarchia che teme forze sociali incontrollabili e che preferisce mantenere in piedi lo storico apparato repressivo.

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Cuba nel mondo, tra la morte di Chavez e l’embargo USA

Il sistema sanitario pubblico rappresenta la pietra miliare di Cuba. La mortalità infantile è tra le più basse al mondo, l’aspettativa di vita è 77,5 anni, e fino a poco tempo fa c’era un dottore ogni 170 pazienti. Cura primaria e prevenzione fanno parte del segreto cubano. Ogni quartiere ha il suo dottore, il quale è particolarmente attento alla salute dei bambini e delle donne incinta. I farmaci possono essere acquistati a prezzi bassissimi presso farmacie pubbliche, le uniche esistenti. Enorme attenzione viene data anche a chi subisce infarti o soffre di malattie come il Parkinson.

Ma perché stiamo parlando di sanità in riferimento alla politica estera cubana? Per prima cosa perché la sanità rappresenta il pilastro dell’economia dello Stato e del consenso verso il regime. In secondo luogo è stato utilizzato come soft power nelle relazioni internazionali. Dopo il collasso dell’URSS, Cuba ha assistito a una progressivo deterioramento delle strutture sanitarie. L’arrivo di Hugo Chavez nel 1999, però, ha portato nuova linfa al regime castrista. Nel 2000, infatti, Castro e Chavez hanno firmato un accordo, tuttora valido, secondo cui Cuba invia migliaia di dottori e infermieri in Venezuela, in cambio di decine di migliaia di barili di petrolio (che Cuba può anche convertire in valuta forte). Attualmente lo scambio è di 90.000 barili al giorno contro 40.000 medici e infermieri cubani, obbligati a prestare un servizio da uno a tre anni nelle città venezuelane.

A parte il dubbio che molti dottori cubani siano in realtà obbligati al trasferimento (fenomeno testimoniato dalla confisca dei passaporti al loro arrivo a Caracas), il problema attuale è relativo alla morte di Chavez. Quando Fidel ha lasciato il potere nel 2008, Chavez era ancora sicuro di voler continuare la sua politica con Cuba. Nicolás Maduro, braccio destro di Chavez e recentemente eletto Presidente del Venezuela, ha confermato la volontà del suo predecessore, ma ormai metà della popolazione non appoggia più la grande strategia geopolitica chavista. Il rischio è che il Venezuela decida di abbandonare Cuba nei prossimi anni. Tale scenario può essere tranquillamente paragonato alla fine dei finanziamenti sovietici all’inizio degli anni ’90.

Per questo è tornato alla ribalta il tema dell’embargo degli USA, perché gli investimenti degli USA potrebbero sostituire i petrodollari venezuelani. D’altro canto, gli USA distano solo 145 km da Cuba e dovrebbero rappresentare il suo partner commerciale ideale, ma l’embargo imposto dagli Usa nel 1962 è ancora in piedi. Barack Obama aveva promesso grandi cambiamenti nei rapporti tra USA e Cuba, ma in realtà c’è stato solo un passo in avanti: Obama ha permesso ai cubano-americani di mandare a casa tutte le rimesse che vogliono, mentre prima si consentiva solamente l’invio di 100 dollari al mese. Per il resto le relazioni rimangono molto tese. La legge Helms-Burton del 1996 per esempio è ancora valida. Essa impone l’extraterritorialità dell’embargo, cioè gli Usa minacciano di ritirare i finanziamenti o di multare tutte le organizzazioni internazionali che violano il blocco. Gli USA sono disposti anche a congelare i rapporti commerciali con quei paesi che effettuano traffici con Cuba. Ci sono comunque eccezioni illustri, dato che la Cina continua a comprare tutto il nickel estratto dall’isola caraibica a prezzi di mercato. Tuttavia, la posizione nordamericana condiziona molto le relazioni internazionali di Cuba. Basti pensare che Cuba è tuttora sulla lista degli Stati che sponsorizzano il terrorismo del Dipartimento di Stato americano. Questa decisione è stata presa nel lontano 1982 e oggi rimane valida per il presunto supporto che Cuba offre alle FARC e all’ETA.

Una primavera cubana?

Yoani Sanchez, la famosa oppositrice e blogger cubana (adesso in tour mondiale), ha affermato che non ci sarà un sollevamento in stile primavere arabe, perché c’è ancora tanta paura tra la popolazione. Secondo la blogger, è proprio questo sentimento di paura che non fa distinguere il raulismo dal fidelismo. La repressione rimane un grande problema per la transizione post-castrista. La versione dittatoriale di Raùl Castro è caratterizzata da detenzioni di breve o brevissimo periodo. Nel 2012 infatti ci sono stati circa 6.600 casi di questo genere.

L’opposizione interna è parcellizzata, ma non per questo è invisibile. Ci sono diversi giornalisti indipendenti che vengono presi di mira come capri espiatori, come Ivàn Hernandez, che nel 2003 fu condannato a 25 anni insieme ad altri 74 giornalisti. Da qui sono nate le ”Donne in bianco”, il movimento delle madri, mogli e figlie di questi prigionieri politici. Eppure Raùl gode ancora di una buona immagine grazie alle amnistie del 2010 e 2011, quando vennero scarcerati diversi prigionieri tra cui anche Ivàn Hernandez.

La sorveglianza contro coloro che vengono ancora chiamati “controrivoluzionari” viene effettuata con telecamere a circuito chiuso sparse per le città. Aldilà della dissidenza politica, però, la maggior parte della popolazione ha paura a disobbedire alle autorità anche su molte altre questioni. Un caso estremo che scioccò i cubani fu il massacro del traghetto del 1994, quando 75 cubani rubarono un’imbarcazione e cercarono di raggiungere gli USA. La Guardia costiera cubana li intercettò, ma, venendo respinto il suo intervento all’interno del traghetto, speronò il traghetto facendolo affondare con tutte le persone a bordo. La maggior parte affogò.

Michele Aiello

0 thoughts on “Raulismo e Fidelismo, facce della stessa medaglia

  1. Questo il blog giusto per tutti coloro che vogliono capire qualcosa su questo argomento. Trovo quasi difficile discutere con te (cosa che io in realt vorrei… haha). Avete sicuramente dato nuova vita a un tema di cui si parlato per anni. Grandi cose, semplicemente fantastico!

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