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Se il cambiamento di Grillo significa Dittatura

GrilloDitt

Ascoltando le parole di Beppe Grillo, ci si rende conto della chiara svolta autoritaria decisa dal leader dei 5 stelle. Una dittatura ha bisogno di nemici. La dittatura si alimenta e sopravvive solo grazie ai suoi nemici, reali o concepiti ad uso e consumo della dittatura stessa. Grillo usa termini generici, non fa distinzioni e lo fa per una scelta precisa: produrre, nei suoi, la reazione più rabbiosa e meno lucida possibile. L’unica distinzione che il comico fa, e ripete come un mantra, è tra “noi” e “loro”. Perché un dittatore resti saldamente al suo posto deve convincere il suo popolo della differenza ontologica che lo distingue dagli altri. Per affidarsi totalmente ad un dittatore, il popolo deve sentirsi parte di un disegno più grande, deve sentirsi eletto. Se ci sono pareri discordanti nel popolo eletto, si deve riprodurre immediatamente la distinzione noi-loro. Chi è portatore sano di pensiero, deve essere espulso dal campo del “noi” e inserito in quello del “loro”. E’ una tecnica antica, da sempre utilizzata nelle dittature. Individuare un nemico, rende il popolo un corpo unico, lo tiene in una condizione di guerra permanente e lo costringe delegare le scelte al capo. Il comico conosce bene questa tecnica e la utilizza con intensità variabile. La costruzione del nemico avviene per paradossi. I grillini, che non si accorgono dei paradossi, rappresentano, per il leader, la migliore prova della riuscita della sua strategia.

Agli albori del movimento il nemico era costituito dai soli politici, qualche migliaio di persone tra enti locali e parlamentari. Un piccolo recinto immaginario, all’interno del quale i politici costituivano un “loro” facilmente individuabile. Poi è toccato ai sindacati, il recinto nel quale mettere quelli che non sono “noi” si è allargato. Per quanto fosse argomento delicato, Grillo ha potuto giovarsi di decenni di attacchi alla Cgil, attacchi provenienti da destra. Le reazioni, scomposte come d’abitudine per chi rivendica la propria ignoranza e mediocrità come un merito, hanno dato ragione al leader. I sindacati, senza distinzioni, dall’Ugl alla Cgil, sono diventati nemici del popolo. E’ stato poi il turno dei giornalisti. Tutti pagati dai partiti. Tutti disonesti e senza dignità. La peggiore malattia che affligga l’Italia. E il recinto, la differenziazione noi-loro, si fa sempre più grande. Nell’affermare questi nobili concetti, Grillo compie un capolavoro. Il palco scelto per queste dichiarazioni è la televisione sul web del suo movimento, la Cosa Tv. Il comico si fa intervistare da un conduttore che non pone alcuna domanda, ma sorride e annuisce con la testa. Nessuna domanda come nella migliore tradizione. Alla violenta condanna della categoria dei giornalisti, Grillo affianca la denuncia della mancanza di libertà di stampa nel nostro paese. Tutto questo nella sua televisione, davanti ad un giornalista (che giornalista non è) che non fa domande. E’ un capolavoro. E’ uno straordinario paradosso. Nel corso del suo discorso, il comico ha infilato una forchetta nel suo popolo, nel suo forno, per controllare se fosse ben cotto. Nessuno ha reagito al paradosso. Il suo popolo è cotto. Il capolavoro è riuscito. Ma il popolo ha bisogno di nemici, per non pensare. Così i nemici sono diventati i pensionati. Per il leader ci sono milioni di pensionati che vivacchiano nonostante la crisi e votano Berlusconi, mentre ai giovani è stato rubato il futuro (e, per deduzione, votano per lui). Nessuna distinzione: tutti i pensionati sopravvivono bene alla crisi e tutti i pensionati votano Berlusconi. E’ una generalizzazione voluta e cercata. Le reazioni del suo popolo sono quelle attese. Tutti i pensionati devono essere condannati. Non si fa alcuna distinzione tra pensioni minime e pensioni d’oro. Il nemico è il nemico e, in una guerra, non c’è tempo per fare distinzioni. Il recinto, dove confinare quelli che non sono come noi, si allarga sempre di più e ospita, ormai, milioni di persone. Milioni di persone responsabili del disastro nel quale il popolo eletto, quello dei grillini, è costretto a vivere. La rabbia del popolo eletto cresce, le parole si fanno volgari, i toni violenti. Anche in questo caso il capolavoro è riuscito. Affermare che un diritto, come la pensione, sia un intollerabile privilegio, rende chi gode della pensione un nemico del popolo. E’ la stessa operazione compiuta al momento dell’attacco all’articolo 18 dello statuto dei lavoratori. Questa volta è riuscita meglio.

Per tenere unito il popolo eletto, però, nemici visibili e confinati in un recinto non bastano. Un popolo eletto resta unito ad occhi e bocca chiusa, se “il nemico è tra di noi e ci ascolta”. Il nemico è il pensiero libero. Ed è un nemico, anche e soprattutto, quando ad esprimerlo sono persone che hanno aderito genuinamente e sinceramente al movimento. Il leader non può ammettere che il disaccordo provenga dal suo popolo, ma può utilizzarlo a suo favore. Succede così che Grillo inventi che il disaccordo provenga da gente pagata dai partiti per buttare “schizzi di merda” sul movimento 5 stelle. I troll, come li ha definiti, sono ovunque, sono pronti a dichiararsi appartenenti al movimento, ma in realtà esprimono disaccordo, quindi sono pagati dai vecchi partiti. La teoria del “nemico in mezzo a noi” funziona benissimo, perché potenzialmente chiunque può diventare un troll, se esprime la sua opinione. Per individuare i troll, gli infiltrati, il comico, sempre più tragico, invita i suoi ad una delle pratiche più in uso nei sistemi totalitari: la delazione. I suoi, per dimostrare di essere i più puri, devono denunciare gli infiltrati. Gli infiltrati sono quelli che non urlano “Forza Beppe”. Denunciare un infiltrato diventa un merito, diventa quel riconoscimento del capo, che i mediocri aspettano tutta la vita, diventa quella foto con il personaggio famoso da incorniciare e mettere sul camino per farla vedere ai parenti a Natale. Il suo popolo ha reagito anche questa volta, e si è compattato. Il recinto dove mettere “loro”, diversi da “noi”, diventa sempre più grande, potrebbe essere infinito. Chi saranno i prossimi? C’è sempre bisogno di un nemico, altrimenti il popolo eletto si disunisce. Saranno gli immigrati che ci rubano il lavoro e che non pagano le mense? Saranno gli Ebrei che, come dicono molti raffinati analisti, governano il mondo?

Grillo, mentre incassava l’appoggio degli U.S.A. e della Massoneria, ha infilato la forchetta per controllare la cottura, il suo popolo, nel forno, è sempre ben cotto.

Francesco Ditaranto

2 thoughts on “Se il cambiamento di Grillo significa Dittatura

  1. Opinione, per tanto da rispettare, ma che non condivido assolutamente. Non voglio trattare punto per punto le parti(l’intero articolo) su cui avrei una risposta da dare, mi limito a dire che se c’è paura del nuovo che avanza forse è perchè non lo si capisce fino in fondo o affatto. Invito ad approfondire la conoscenza di ciò che significa il Movimento e l’avere Grillo al comando. Diversamente resteremo di due opinioni opposte. La dittatura è quella che stiamo vivendo: realtà costruita su regole buone solo per alcuni e che impediscono al cittadino di essere veramente libero e protagonista della sua vita da italiano.

    • Caro ennekappa, sono Francesco Ditaranto, l’autore dell’articolo. E’, per me, molto difficile risponderle perchè non mi ha contestato alcuna idea espressa nell’articolo. Mi dice solo che non ho capito cosa significhi il Movimento e avere Grillo al comando. Io sono sicuro che lei, in quanto persona intelligente, non abbia bisogno di persone al “comando”. Per due motivi che sono evidenti anche a lei:
      1)Il comando (che brutta parola) in democrazia, se ti presenti alle elezioni, si conferisce con il voto. E Grillo non si è candidato. Dico questo per tutti gli eletti del movimento. Se tutti hanno votato Grillo, e non i candidati Grillini, i candidati grillini stessi, non hanno alcun reale valore. Ma se questi non hanno alcun reale valore, non sono che portavoce della base, allora davvero “uno vale uno”. Ma se uno vale uno non c’è bisogno di uno al comando.
      2)Uno dei pilastri fondamentali del movimento era la base. Il continuo confronto con la Base. Ma se il disaccordo di una parte della base viene etichettata come una manovra del Pd, si replica quella tecnica del noi e loro, che ho già sottolineato nell’articolo. La base, quella che ha votato il movimento, chiedeva, come principio quello della trasparenza. Sembra un principio a corrente alternata, perchè si manda in streaming l’incontro con Bersani e non si mandano in streaming le riunioni? Crede, ennekappa, che quella di domani andrà in streaming?
      Per il resto la mia era una analisi sugli elementi ricorrenti in situazioni nelle quali si evidenzia una svolta autoritaria.
      La ringrazio e attendo una sua risposta
      Francesco Ditaranto

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