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Rivoluzioni U.s.a. e getta (2/a): le primavere arabe

Nella prima parte si è parlato di una sorta di diplomazia paralela costituita da una capillare rete di organizzazioni ed enti (con un’importante ramificazione in Serbia) e messa in piedi da Washington a partire dagli anni’80 la quale, dopo la caduta del muro, ha contribuito a numerosi ‘regime chenges’ nelle ex repubbliche sovietiche. Si è anche accennato al fatto che -nonostante alcuni passi falsi in Sudamerica ed in Iran- lo stesso piano d’azione (basato su quello di Otpor e del centro Canvas), è stato utilizzato nelle rivolte che hanno infiammato i paesi del Nord Africa ed il Medio Oriente a partire dal 2011. A questo punto però, prima di proseguire nell’analisi è necessario fare una precisazione. Un ‘avviso ai naviganti’.

Nel trattare il peso dell’intervento di Washington sulle primavere arabe è bene scansare sin dall’inizio ogni ipotesi o suggestione di tipo ‘complottista’. Le rivoluzioni alle quali abbiamo assistito non sono il frutto di un piano etero diretto e le persone scese in piazza a milioni, non possono essere considerate alla stregua agenti al soldo dello straniero o -peggio- come dei burattini manovrati dall’alto. Gli Stati Uniti non hanno fatto altro che cavalcare ed alimentare uno scontento diffuso anticipando -a proprio favore- la caduta di regimi e di sistemi di potere destinati con il tempo ad un’ inevitabile dissoluzione o comunque a subire una profonda trasformazione.

Alla stregua di qualsiasi altro processo storico,dunque, non bisogna cedere alla tentazione di ricollegare tutto all’azione scatenante di un solo ed esclusivo elemento, ma considerare il fenomeno nel suo contesto più ampio, cercando di raccogliere il maggior numero di elementi utili per ottenere una conoscenza più approfondita. In tal senso studiare i rapporti intercorsi tra alcuni attivisti e strutture riconducibili alla Casa Bianca, aiuta a fare pulizia di categorie molto utilizzate fino a qui nella lettura delle rivoluzioni come quelle dell’improvvisazione (degli attivisti) e dell’impreparazione (della Casa Bianca).

Il nuovo Medio Oriente

Dopo i disastri provocati in politica estera dal suo predecessore, Barack Obama ha intrapreso un nuovo corso imperniato sul concetto di ‘soft power’ piuttosto che su quello di ‘military power’. A inizio mandato, nel suo discorso all’Università del Cairo del  4 giugno 2009, il Presidente ha annunciato l’inizio di un nuovo percorso di dialogo con i paesi islamici “basato sull’interesse reciproco” ed ha sottolineato come nonostante la “democrazia non può essere imposta, non deve cessare il nostro impegno verso quei governi che rispecchiano la volontà popolare”. “Ogni nazione – ha proseguito- dà vita a questo principio nel suo modo peculiare. L’America non ha la pretesa di avere la ricetta giusta per tutti”. “Gli Stati Uniti non sono in guerra con il mondo” ha concluso.

Al progetto di ‘Grande Medio Oriente’ di Bush, quindi, si sostituisce quello di un ‘Nuovo Medio Oriente in cui le ‘war on terror’ vengono bandite per puntare al sostegno degli attivisti e degli oppositori provenienti dalla società civile, sia nei paesi ‘nemici’, che in quelli ‘amici’, per non farsi trovare spiazzati in caso di cambi improvvisi ai vertici del potere.

L’8 novembre 2011 in una cena di gala del National democratic institute (istituto appartenente alla galassia Ned), è toccato a Hillary Clinton esemplificare il concetto. Rispondendo ad una domanda su ciò che stava accadendo in Nord Africa, il sottosegretario di stato ha sottolineato come la “maggiore causa di instabilità in quella zona non fosse la domanda di cambiamento, ma piuttosto il rifiuto del cambiamento” e che gli U.S.A. hanno “risorse, capacità e competenze per sostenere coloro che vogliono pacifiche e significative riforme democratiche”. “Sostenere le emergenti democrazie arabe -ha concluso laconicamente- è un investimento che non possiamo permetterci di non fare”.

Alla base della nuova politica della Casa Bianca, ci sono le strategie elaborate dai ricercatori della Rand Corporation, un centro studi di Santa Monica da anni al servizio del Pentagono. In un dossier del 2007 intitolato ‘Building moderate muslim network’ (reperibile on line sul sito dell’istituto), sono racchiuse tutte le linee guida da adottare per sconfiggere il terrorismo con una ‘war of ideas’ simile a quella con cui alla fine del XX secolo, Washington è riuscita a sconfiggere il comunismo. All’epoca, nei confronti degli oppositori moderati, “il governo statunitense – si legge nel documento- agì come una fondazione valutando quali progetti potessero essere utili alla realizzazione dei propri obiettivi, lasciando alle singole organizzazioni la possibilità di agire secondo i propri scopi, senza interferenze”. “Quel che serviva -prosegue- erano soldi e organizzazione per trasformare lo sforzo dei singoli in campagna coerente”.

Allo stesso modo secondo gli esperti della Rand, dopo l’11 settembre è necessario agire supportando i movimenti già esistenti favorendo la creazione -soprattutto attraverso i new media- di estesi network fra le componenti democratiche e moderate delle società arabe fino ad ora sottorappresentate nonostante siano numericamente superiori rispetto a quelle legate all’estremismo islamico. Il target di riferimento, dunque, è quello che Patrick Haenni nel suo libro definisce ‘L’Islam de marché’, l’Islam di mercato.

Per raggiungere l’obiettivo, gli esperti di Santa Monica individuano cinque settori cruciali nei quali investire energie e risorse: accademici ed intellettuali (sia religiosi che laici); giovani e studenti; attivisti della società civile; donne impegnate nella promozione della parità di diritti; scrittori e giornalisti moderati. Elemento imprescindibile  è che gli aiuti arrivino sempre attraverso la complessa ramificazione del Piano Ned poiché non deve mai trasparire la loro provenienza ufficiale.

In linea con i suggerimenti della Rend, l’amministrazione Obama ha rafforzato il Middle east patnership iniziative, all’ interno del Near eastern affairs del Dipartimento di Stato, portando la dotazione dai 75 milioni di dollari del 2005 ai 570 del 2009, destinandoli a oltre 600 progetti con lo scopo di “creare una patnership tra l’America e i cittadini del Medio Oriente e del Nord Africa per dare loro la facoltà di costruire una società più pluralista, partecipativa e prospera in tutta la regione”. Particolare attenzione viene data alle nuove tecnologie, con l’Information technology patnership program, grazie al quale gli attivisti vengono messi in contatto con le più importanti aziende del settore informatico.

L’impegno dell’amministrazione Obama però non si è limitato solamente allo stanziamento di risorse economiche. Un’inchiesta uscita sul New York Times il 15 aprile 2011 (‘U.S. Groups helped nurture arab uprising’) mette in luce come “alcuni dei movimenti e dei leader direttamente impegnati  nelle rivolte del 2011 nel Nord Africa e nel M.O., compreso il ‘Movimento 6 aprile’ in Egitto, il ‘Bahrein center for human rights”, abbiano ricevuto “addestramenti e finanziamenti dall’International republican institute, dal National democratic institute e da Freedom House”.

Solo due mesi prima, in un’intervista al Financial Times, Dalia Ziada, blogger egiziana e direttrice per il nord Africa dell’American islamic congress (organizzazione umanitaria vicina all’International center on nonviolent conflict di Peter Ackerman), ha rivelato che alcuni importanti leader del movimento tunisino e di quello egiziano, sono stati addestrati alle strategie non violente in alcuni workshop organizzatti dall’Icnc a Washington. Non solo. La ragazza aggiunge anche un altro particolare importante: la sua organizzazione ha fatto venire in M.O. due trainer serbi (sic). Nel corso dell’articolo del Ft, inoltre, si fa esplicito rifermento ad un seminario organizzato dall’Icnc nel 2007 presso l’Ibn Khadun centre del Cairo e ad alcuni corsi estivi svolti presso la Tufts University ai quali avrebbero preso parte alcuni leader dei movimenti d’opposizione egiziani.

Sempre in merito ai rapporti con la ‘cellula’ di Belgrado, un membro del ‘Movimento 6 aprile’ ha ammesso ad Al jazeera di aver partecipato ai corsi Canvas in Serbia durante l’estate del 2009. Nei primi giorni delle dimostrazioni al Cairo, alcuni attivisti sono stati fotografati con la maglietta di Otpor! il cui simbolo è stato successivamente rivisitato e trasformato in una ‘V’ di vittoria con l’aggiunta di due dita stilizzate.

Oltre alle testimonianze dei diretti interessati poi, ci sono anche documenti ufficiali come l’Annual report 2009 del Ned in cui nella parte realtiva all’Egitto si legge che “i gruppi sostenuti dal Ned, come il Justice and citizenship center for Human rights, hanno formato e addestrato organizzazioni civiche locali per mobilitare i cittadini in vista del voto”.

Nonostante la prima scintilla sia partita in Tunisia, l’Egitto sembra essere il Paese in cui gli Stati Uniti hanno investito maggiori risorse ed energie. In un cablogramma rivelato da Wikileaks (Cairo 003423), ad esempio, dà un idea di tutto questo impegno. Nel documento si parla si parla di un finanziamento totale di 66,5 milioni di dollari nel 2008 e di 75 per il 2009 “per la democrazia ed il sostegno alla società civile”. A questi vanno aggiunti i 60 milioni di dollari l’anno donati direttamente dall’Usaid ad organizzazioni locali per “programmi di sviluppo della democrazia”.

Evidentemente la ‘Rivoluzione dei gelsomini’ -sfruttando degli eventi peculiari- ha precipitato gli eventi gli eventi anticipando quanto era stato previsto e studiato per l’Egitto. In effetti in un’intervista del 23 febbraio 2011 a Il Riformista, il leader e fondatore del Movimento 6 aprile, Ahmed Maher, ha spiegato come l’occasione per rovesciare il governo di Mubarak fosse stata individuata nelle elezioni presidenziali dell’autunno, mentre “la caduta di Ben Ali ha precipitato le cose”. “ Pensavamo di procedere come i serbi -ha continuato Maher- ci avevano spiegato come avevano fatto cadere Milosevic nel 2000 e abbiamo fatto un piano simile al loro”.

Una rivoluzione non fa primavera

Dopo aver messo in luce il contributo degli Stati Uniti nelle rivolte della cosiddetta ‘Primavera araba’, viene ancora da chiedersi il perché di tanto impegno, soprattutto in quei casi in cui -Egitto e Tunisia- la Casa Bianca appoggiava apertamente (e con importanti finanziamenti) i governi al potere. Evidentemente, come scrive Alfredo Macchi nel libro ‘Rivoluzioni S.p.a.’, “sacrificare vecchi amici come Ben Alì, Mubarak, Saleh e tradizionali nemici, come Gheddafi e Assad, in nome del libero mercato, è stata una scelta obbligata. Un cambio di rotta per gli Stati Uniti nei confronti dei loro tradizionali alleati, non privo di rischi, ma che doveva essere affrontato prima che lo facessero frange estremiste più ostili”.

Tale tesi sembra essere supportata da una dichiarazione rilasciata ad Istanbul il 3 dicembre 2011 da Joe Biden secondo cui: “le rivoluzioni democratiche in Tunisia, Egitto e Libia, e quelle ancora in corso in Siria e Yemen, sono imbevute di spirito imprenditoriale”.

Proprio per questo -scrive ancora Macchi- “in un’epoca in cui il potere risiede nella comunicazione, in cui le elezioni le vince chi ha più soldi, chi controlla i mezzi d’informazione e chi sa usare meglio i social network, le rivoluzioni non potevano rimanere un prodotto artigianale nelle mani di pochi romantici cospiratori”.

Edoardo

One thought on “Rivoluzioni U.s.a. e getta (2/a): le primavere arabe

  1. Bravissimo Edoardo. Il soft power americano è stato snobbato dai media occidentali e il tuo articolo é come una rosa nel deserto. Non sapevo che la Rand Corp facesse parte del club.

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