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Rivoluzioni U.S.A. e getta (1/a)

In questi ultimi anni abbiamo sentito molto parlare di ‘esportazione de,lla democrazia’. Un concetto da sempre molto caro agli Stati uniti, considerato quasi alla stregua di un ‘compito divino’, che ha trovato nuovo vigore in seguito alle ‘war on terror’ scatenate dopo gli attacchi dell’11 settembre. Questa missione civilizzatrice però, non si è esplicata esclusivamente attraverso conflitti militari. Accanto ai bombardamenti, ai droni o alle extraordinary redintions, infatti, Washington ha sviluppato un sottile quanto sofisticato sistema di diplomazia parallela (in realtà già all’opera negli ultimi anni della guerra fredda) volto a favorire un sovvertimento dall’interno dei regimi autoritari ostili, grazie all’azione di gruppi d’opposizione o di Ong, ufficialmente indipendenti e non riconducibili in alcun modo al governo statunitense. Un’azione di supporto che è stata applicata con successo inizialmente nei Paesi dell’Est comunista (nelle cosiddette ‘rivoluzioni colorate’), poi in Sudamerica (questa volta con scarsi risultati) ed infine -anche se in modo parziale- nelle rivolte che hanno infiammato i Paesi del Nord Africa.

Al centro di questa operazione c’è un piccolo gruppo di Belgrado, già attivo durante la cacciata dal potere di Milosevic che ha agito da vero e proprio centro di formazione e di supporto (nonché da modello) per gli attivisti rivoluzionario in altri paesi, il cui nome è ricomparso inaspettatamente proprio nelle cronache degli ultimi giorni.

Venezuela connection

Che gli Stati Uniti abbiano provato più volte a rovesciare il governo di Chavez non è una novità. Sin dal tentativo di golpe dell’aprile 2002, il governo americano ha cercato in tutti i modi di ostacolare l’azione del presidente venezuelano. Non ultime sono arrivate le accuse del ‘successore’ Nicolas Maduro il quale ha accusato direttamente Washington di provocato la malattia del presidente, con modalità simili a quelle utilizzate da Israele con Arafat.

Per una strana coincidenza, pochi giorni prima – il 27 febbraio-  Wikileaks ha  reso pubbliche oltre 5 milioni di mail dell’impresa texana Stratford, specializzata in spionaggio e intelligence per conto della Cia. Grossa parte del materiale è relativo all’America latina ed in particolar modo al Venezuela.

Secondo i documenti, dal 2004 al 2011 almeno due compagnie straniere (La Stratford e la Canvas) hanno orchestrato la campagna elettorale contro Hugo Chavez, organizzando le attività delle opposizioni. Alcuni file mostrano nel dettaglio le strategie messe studiate dalle due società ispirate la modello delle ‘rivoluzioni colorate’ inaugurato in Serbia nel 2000. Un rapporto realizzato dal Canvas nel 2010 intitolato ‘Analisi della situazione in Venezuela’, ripropone infatti la stessa strategia messa in campo con successo dal movimento Otpor! nel paese balcanico e che contribuì alla cacciata di Milosevic.

Come si sa, il piano non è andato a buon fine e nella repubblica bolivariana le proteste dei ‘movimenti arancioni’ non hanno attecchito, nonostante per un periodo il simbolo di Otpor! (un pugno chiuso stilizzato) sia comparso in numerose manifestazioni antichaviste e sui muri di Caracas.

Ma cosa lega il paese latinoamericano ad un’organizzazione nata nella ex Jugoslavia? Per scoprirlo bisogna fare un passo indietro nel tempo e tornare nel vecchio continente.

La holding delle rivoluzioni

Il 10 ottobre 1998 alcuni allievi dell’ Università di Belgrado, insofferenti alle politiche repressive del governo, fondano un movimento studentesco di protesta: Otpor! (resistenza!). Molti di loro provengono dalle fila del Partito democratico e sono veterani delle manifestazioni contro Milosevic. Ufficialmente apartitico, il gruppo – guidato da Srda Popovic- si distingue per le azioni dimostrative non violente e provocatorie, fino a raggiungere una grossa fama in tutto il Paese.

Con i bombardamenti della Nato in Kosovo, Otpor! si rafforza ulteriormente ed il 5 ottobre 2000, alla vigilia della proclamazione dei risultati delle elezioni presidenziali, riesce a portare in piazza decine di migliaia di persone che assediano i palazzi governativi e costringono Milosevic alla resa. Il contributo alla caduta del regime viene riconosciuto anche all’estero tanto che nel 2000 il movimento riceve il premio ‘Free your mind’ agli Mtv European music awards. Forte del successo ottenuto, Otpor si presenta alle elezioni legislative del 2003, ma non riesce ad entrare in Parlamento e si scioglie.

Nonostante la debacle elettorale, Popovic decide di mettere a disposizione il suo know how per combattere  dittatori di altri paesi. Fonda così a Belgrado il Center for applied nonviolent action and strategies (già citato nei file Wikileaks) dove offre consulenze ai gruppi d’opposizione in quel momento protagonisti delle cosiddette ‘rivoluzioni colorate’ negli ex paesi del blocco sovietico. Il suo contributo -e quello dei suoi formatori- appare evidente nella nascita del movimento ‘Kmara!’ (‘è troppo!’) nella ‘Rivoluzione delle rose’ in Georgia nel 2003, nella formazione di ‘Pora!’ (‘è tempo!’) durante la ‘Rivoluzione arancione’ in Ucraina, così come di ‘Kelkel!’ (‘Rinascita!’) nella ‘Rivoluzione dei tulipani’ in Kirghizistan.

Tutti i gruppi, nati in poco tempo e lontani dai partiti tradizionali condividono le stesse strategie di piazza e gli stessi simboli (quello di Otpor). Anche le modalità di protesta sono molto simili a quelle viste a Belgrado nel 2000. Alla base di tutto c’è il rifiuto totale della violenza e un’accurata pianificazione della mobilitazione in cui le nuove tecnologie -social network in primis- giocano un ruolo fondamentale.

Ma come si fa una rivoluzione non violenta? Innanzitutto -spiega il manuale Canvas, Non violent struggle: 50 crucial points– si comincia con la creazione di un movimento giovanile di protesta, completamente estraneo alle logiche politiche precedenti e distinguibile da un simbolo-brand accattivante e facilmente riconoscibile. Successivamente si apre una capillare campagna d’informazione per mobilitare la maggior parte delle persone -soprattutto gli indecisi- su alcuni temi generali (come i diritti umani o il lavoro) capaci di catalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica e si organizzano piccole dimostrazioni intorno a delle parole d’ordine ben definite . Una volta ottenuto un certo consenso, si sfrutta un pretesto -ad esempio presunti brogli elettorali (sospetti molto spesso diffusi da istituti demoscopici compiacenti)- e si raduna la popolazione in grandi manifestazioni di piazza, occupando zone strategiche delle città. In caso di incidenti o di reazioni scomposte della polizia, è fondamentale mantenere comunque un atteggiamento pacifico e diffondere spettacolarizzare le violenze attraverso la diffusione dei filmati su internet. Il resto poi viene da se, secondo uno schema visto più volte negli ultimi anni.

Grazie all’esperienza del fondatore e dei suoi collaboratoi, con il passare del tempo il centro Canvas è diventato una vera e propria holding rivoluzionaria dove hanno fatto tappa decine di attivisti provenienti da oltre trenta paesi, con l’intenzione d’imparare le tecniche migliori per rovesciare i propri tiranni . “Noi non insegniamo quando o perché fare la rivoluzione – spiega Popovic – ma forniamo gli strumenti utili per organizzarla”. Come un vero e proprio franchising .

Non sempre però i ‘regime changes’ vanno a buon fine. In Bielorussia, Iran (la fallita ‘rivoluzione verde’) ed in Russia, ad esempio, i governi -spesso con azioni repressive violente o comunque al di fuori del diritto- hanno anticipato le mosse degli oppositori e sono riusciti soffocare i focolai di protesta, nonostante l’eco internazionale delle dimostrazioni.

In tutti questi casi i casi i vari ‘autocrati’ hanno denunciato pesanti intromissioni dall’esterno accusando le opposizioni (le Ong in primis) di essere al servizio di agenti stranieri ed in particolare degli Stati uniti e della Cia.

Questa situazione si è verificata con uno dei gruppi più famosi del movimento anti-Putin: le Pussy riot. Al di là dei loro metodi d’azione eterodossi (per usare un eufemismo), è interessante notare come in effetti le componenti del gruppo nelle loro dimostrazioni abbiano mostrato più volte bandiere o magliette con il simbolo di Otpor! in bella vista. Un legame -quello con il movimento serbo- che le riot girl hanno ammesso pubblicamente, così come hanno fatto le attiviste ucraine di ‘Femen’. Sin qui, dunque, l’interferenza di elementi provienti dall’esterno appare comprovata, ma cosa dire sulle accuse di collusione con gli Stati Uniti rivolte alla band russa?  E’possibile estendere tali dubbi anche sull’azione del Canvas e di Popovic o si tratta solo di illazioni di dittatori sull’orlo di una crisi di nervi (e di potere)?

Se non ora, ‘quango’

Nel celebre discorso al parlamento inglese dell’ 8 luglio 1982, il Presidente americano Ronald Reagan offre l’impegno del proprio Paese nel sostenere ovunque i dissidenti oppressi da regimi totalitari. A tal fine sottolinea la necessità di “contribuire a creare le infrastrutture necessarie per la democrazia, la libertà di stampa, di sindacato, di partiti politici e delle università”.

L’anno successivo il Congresso istituisce la National endowment for democracy (Ned), una società privata senza scopo di lucro con una dote annuale di circa 100 milioni di dollari anno da utilizzare per promuovere la democrazia nel mondo. Il fondo distribuisce i propri fondi principalmente a quattro grandi organizzazioni: l’ International republican institute (vicino al Partito repubblicano), il National Democratic Institute (vicino ai Democratici), l’American center for International labor solidarity (che fa riferimento ai sindacati Alf-Cio) ed il Center for international private enterprise (affiliato alla Camera di commercio statunitense). Parte delle risorse però giunge anche ad istituti privati come la Freedom House (fondata nel 1941 da Anna Eleanor Roosevelt) o l’Alber Einstein institute. Lo scopo è quello di sviluppare una sorta di diplomazia internazionale parallela a quella ufficiale, da affidare a società non governative ufficialmente indipendenti, ma in realtà ricollegabili al governo (da qui l’acronimo di democrazia ‘quango’ ovvero, ‘quasi-autonomus non governamental organization) con l’obiettivo di instaurare regimi democratici ‘amici’ nei paesi a forte rilevanza strategica in modo da aprire nuovi territori alla dottrina del libero mercato. Proprio per questo alle associazioni ‘quango’ si affiancano anche le fondazioni di importanti miliardari americani come la Open Society di George Soros.

Attraverso questa rete, il Ned riesce ad offrire aiuti economici ad organizzazioni o partiti d’opposizione per facilitare ‘cambi di potere’, senza coinvolgere direttamente il governo di Washington e mettendolo così al riparo da possibili scandali a livello internazionale. Un’ operazione anonima che, come afferma Alen Weinstein (uno dei fondatori del Ned) in un’intervista del 22 settembre 1991 al Washington Post, ricalca “quello che veniva fatto di nascosto in passato dalla Cia”.

Ma torniamo in Serbia. Secondo un articolo di Roger Cohen apparso sul New York Times Magazine del Novmebre 2000, Otpor! avrebbe ricevuto tra il 1998 ed il 2000 -attraverso il piano Ned- circa 3 milioni di dollari. Lo stesso amministratore dell’United States agency for International development (Usaid), Donal L.Presley, ha ammesso finanziamenti ad Otpor! per centinaia di migliaia di dollari per produrre materiale di propaganda. Fondi che hanno nel tempo hanno continuato a fluire con continuità fornendo supporto anche alle attività del Canvas.

Non solo soldi però. Il sostegno statunitense al gruppo serbo è arrivato anche sotto forma di ‘insegnamenti’ impartiti da tre figure fondamentali: Il colonnello Robert Helvey, autore del manuale ‘On strategic nonviolent conflict: thinking about the fundamentals’  per l’Albert Einstein institute e fotografato più volte insieme a Popovic; il professore Gene Sharp, attivo insieme a Helvey nella ‘Rivoluzione dello zafferano’ dei monaci birmani nel ’93 e padre del manuale ‘From dictatorship to democracy’ (pubblicato dalla Open society di Soros); Peter Ackerman, esperto di citizen-journalism e di new media, a capo dell’International center of nonviolent conflict e presidente di Freedom House dal 2005 al 2009. Sono le loro teorie a formare Popovic e compagni anche attraverso alcuni incontri avvenuti in Montenegro ed in Ungheria.

Grazie al sostegno ricevuto sotto varie forme, dunque, Otpor prima e il Canvas poi, hanno agito come un vero e proprio centro propulsore per le politiche di ‘regime changes’ di Washington esportando nell’ex blocco sovietico una sorta di modello preconfezionato -quasi un brand- di rivoluzione non violenta. Quello degli ex paesi comunisti però è stato solo un primo banco di prova. La holding insurrezionale, infatti, dopo i primi successi non si è fermata ed è riuscita a fornire il proprio contributo anche durante le cosiddette Primavere Arabe.    (1/continua)

Edoardo Belli

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