Inchieste / Italia

Capitani coraggiosi

Il Capitano Natale De Grazia morì “per causa tossica”. E’ quanto si legge nella relazione conclusiva della Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti che ha terminato i suoi lavori lo scorso febbraio. “Tutti gli elementi di sospetto – prosegue il documento redatto dal presidente Gaetano Pecorella – alla luce delle indagini e delle testimonianze raccolte,hanno acquisito una luce particolare ed inquietante”.

A 18 anni di distanza si riapre così uno dei tanti misteri irrisolti del nostro Paese.

Una morte improvvisa. E sospetta

E’ la sera del 12 dicembre 1995. Una fredda e piovosa giornata d’inverno. Una Fiat Tipo percorre in direzione nord, l’autostrada A3, la famigerata Salerno-Reggio Calabria. Alle 23 e 30 l’autovettura prende l’uscita ‘Campagna’ in direzione di Nocera Inferiore. A bordo ci sono 3 persone: il maresciallo Moschitto, il carabiniere Franciavilla ed il comandante della Capitaneria di porto di Reggio, Natale De Grazia. Il viaggio è ancora lungo, devono arrivare a La Spezia, per cui i tre decidono di fermarsi a cena al Ristorante ‘De Mario’. Il tempo di consumare un pasto frugale e sono pronti a ripartire. Il comandante è l’unico a concedersi un piccolo sfizio: una fetta di torta della casa.

L’auto riprende la sua corsa, ma c’è qualcosa che non va. Il passeggero seduto dietro, De Grazia, è silenzioso, troppo silenzioso e non sembra dormire. Ha la testa reclinata in modo innaturale, ha il volto lucido di sudore, gli occhi semichiusi. Quando da davanti cercano di scuoterlo, arriva solo un flebile farfugliamento. La fronte è di ghiaccio. I due allora accostano immediatamente, chiamano il 118 e provano un disperato massaggio cardiaco. Tutto inutile però. Quando arriva l’ambulanza il capitano è già morto. Arresto cardiocircolatorio. Aveva 39 anni.

Le navi dei veleni

Nel 1994 Legambiente presenta un esposto alla Procura di Reggio Calabria in cui denuncia la possibilità che le organizzazioni criminali possano smaltire illegalmente in Aspromonte rifiuti tossici e scorie radioattive. Anche l’Istituto geografico militare – interpellato dal sostituto procuratore Francesco Neri – avalla l’ipotesi, sottolineando come i caratteristici fenomeni carsici della catena montuosa, si prestino perfettamente ad una simile attività. Attraverso una serie di ricognizioni aeree, vengono mappati oltre 600 siti (grotte e anfratti) sospetti. In pochi mesi -grazie alla collaborazione dei Ros e della Guardia di Finanza- le indagini arrivano a risultati sorprendenti tanto che lo stesso Neri decide di trasmetterli al procuratore generale, evidenziando la necessità di ampliare il raggio d’azione investigativo attraverso l’attivazione di rogatorie internazionali ed il coinvolgimento dei servizi segreti.

Nello stesso periodo, alla procura di Reggio giunge una segnalazione su una nave battente bandiera albanese, la Koraby. L’imbarcazione (una porta container) salpata dal porto di Durazzo è stata bloccata prima di arrivare a Palermo a causa della radioattività del carico. Il successivo controllo effettuato presso il porto del capoluogo calabrese, però, non ha rilevato alcun traccia di scorie radioattive. Che fine ha fatto il materiale contaminato? Immediatamente prende piede l’ipotesi che il comandante e l’equipaggio si siano liberati del carico incriminato nel tragitto dalla Sicilia alla Calabria. Proprio per la complessità delle situazioni emerse viene creato un apposito gruppo investigativo costituito dal maresciallo capo Scimone Domenico, appartenente alla sezione di polizia giudiziaria dei Carabinieri presso la procura di Reggio Calabria, dal maresciallo M. Moschitta e dal carabiniere R. Francaviglia (appartenenti al nucleo operativo del reparto operativo CC di Reggio Calabria) e dal capitano di fregata Natale De Grazia.  A questi si aggiunge il supporto della Procura di Matera ed in particolare del procuratore Nicola Maria pace, già impegnato su un presunto traffico illecito di rifiuti radioattivi provenienti dal centro Enea di Rotondella.

Ha inizio così l’indagine sulle cosiddette ‘navi dei veleni’.

Il faccendiere

Il 25 maggio 1994, nel corso di alcuni accertamenti presso la dogana di Chiasso, un’unità del corpo forestale di Brescia ferma un certo Ripamonte Elio, già trovato in possesso -in un precedente controllo nel ‘93- di importanti documenti sullo smaltimento illegale di rifiuti radioattivi. Anche questa volta i forestali non rimangono delusi. Il colonnello Rino Martini, infatti, trova un fitto incartamento relativo ad un progetto denominato O.D.G. per inabissare in mare i rifiuti radioattivi, corredato da relazioni tecniche con tanto di indicazione delle nazioni interessate all’operazione (Italia, Austria, Cecoslovacchia, Germania e la Lettonia). Ma il nome O.D.G. rimanda immediatamente gli inquirenti ad un nome, quello di Gianni Comerio.

Rispondendo ad un’interrogazione parlamentare, l’ex ministro dei Rapporti con il Parlamento, Carlo Giovanardi, ha definito Comerio come un “noto trafficante d’armi, in contatto con altri noti trafficanti d’armi e coinvolto nella fabbricazione di telemine destinate a paesi come l’Argentina”. Un’informativa dei Carabinieri inviata alla Procura di Reggio Calabria, parla di “una persona dall’intelligenza spiccata, sicuramente massone, appartenente ai servizi segreti argentini e legato ai più grossi finanzieri mondiali e particolarmente europei”. Per il Sismi, invece, il faccendiere non sarebbe nient’altro che un millantatore.

Originario di Busto Arsizio, in provincia di Varese, negli anni ’80 Comerio si stabilsce a Malta e mette su un’impresa di produzione di telemine a guida satellitare, la Comerio Industry of Malta. L’azienda va bene e molti nazioni sembrano interessate, una in particolare: l’Argentina, impegnata in quegli anni nella guerra delle Falkland. Gli inglesi però vengono a conoscenza del fatto e -dato che svolgono sull’isola un’azione di protettorato- fanno espellere l’imprenditore il quale si vede costretto a cessare la propria attività ed a diversificare il proprio business. Ma non ci vuole molto. Forte della sua esperienza nel campo della fabbricazione di missili sottomarini teleguidati, Comerio decide di utilizzare il proprio know how in un campo completamente diverso: lo smaltimento delle scorie radioattive. E’ in questo modo che nasce il Dodos, acronimo di Deep Ocean Data Operating.

Si tratta di un progetto di inabissamento dei rifiuti pericolosi in oceano. In sostanza, si versa il materiale da eliminare in contenitori di acciaio e carbonio chiamati cannister, a loro volta inseriti in un cilindro di 25 metri a forma di siluro (il cosiddetto penetratore). Infine, il siluro viene gettato in mare su un fondale marino adeguato, alla profondità di qualche migliaio di metri, ed in questo modo -anche grazie alla velocità acquisita grazie al peso ed alla forza di gravità- si pianta nella superficie marina.

Studiato approfonditamente ad Ispra sul lago Maggiore (presso il centro di ricerca della Comunità europea), il progetto -che inizialmente aveva attirato l’attenzione di molti paesi- viene presto abbandonato a causa dell’ opposizione dell’opinione pubblica e degli stretti vincoli posti dalla Convenzione di Bamako del 1991. Prima del rifiuto della Ue, Comerio, che nel frattempo si era specializzato in un sistema di rilevamento satellitare delle carote radioattive, fonda la O.D.M. (Oceanic disposal Management), con sede alle Isole Vergini. In questo modo riesce comunque a proseguire la propria attività stringendo contratti con altri paesi (tra cui Russia, Svizzera e Austria) e procurarsi siti marini dove infilare i propri missili acquistandoli da oltre 45 nazioni, come le Filippine, il Brasile, l’Iraq e parecchi stati africani.

Alla luce di questo passato, dopo aver fermato Ripamonti, la forestale di Brescia -su indicazione delle procure di Matera e di Reggio Calabria-  decide di fare una visita all’ abitazione dell’imprenditore varesotto. Ed è qui che, fra gli altri, vengono rinvenuti tre indizi importanti, da tenere bene a mente, i quali gettano una luce inquietante sull’attività di Comerio: una mappa nautica, un’ agenda ed una certificato di morte.

Nella prima sono indicati una serie di punti di stoccaggio ODM. Fin qui niente di strano, se non per il fatto che una copia identica della mappa era stata ritrovata su una nave affondata intorno alle coste calabresi, la Jolly Rosso, dall’ufficiale di capitaneria di porto, Giuseppe Bellantone. Oltretutto,fra i vari fogli vi erano anche alcuni disegni in cui Comerio progettava delle modifiche per quella stessa imbarcazione al fine di costruire a bordo le telemine. Proprio per questo motivo -attraverso la controllata Navimar- il faccendiere aveva presentato un’offerta d’acquisto alla società di navigazione Ignazio Messina & Co. per 1 miliardo e 50 milioni di lire, non andata però a buon fine.

Secondo indizio. Nell’agenda ritrovata durante la perquisizione, alla data del 21 settembre 1987 vi è una strana scritta: “lost the ship”. Ma di quale nave si tratta? Dopo aver interpellato l’Istituto mondiale oceanografico, gli inquirenti arrivano ad una conclusione sconcertante. Secondo i registri dell’Istituto, quel giorno, in tutto il mondo, si è registrato un  solo affondamento, quello della porta container Rigel a largo di Capo Spartivento, in Calabria.

Last but not least, un certificato di morte, contenuto in una cartellina denominata ‘Somalia’. Quello di Ilaria Alpi.

 

‘Navi a perdere’: la Rigel e la Jolly Rosso

Il 9 settembre 1987, la motonave Rigel salpa dal porto di La Spezia in direzione di quello di Limassol, nell’Isola di Cipro, che non raggiungerà mai. Il 21 settembre, infatti, la nave scompare all’altezza di Capo Spartivento. Un affondamento strano però che desta molti sospetti. Nessun Sos lanciato dal capitano, l’equipaggio che si è volatilizzato in Tunisia (sbarcare in Italia sarebbe stato molto più semplice), il carico effettivo di molto inferiore al valore assicurato. Di qui nasce subito l’ipotesi -avanzata dalla società di assicurazione marittima Lloyd di Londra alla procura di la Spezia- di un autoaffondamento (per il quale si arriverà poi ad alcune condanne definitive).

Come se non bastasse, a rendere ancora più intricato il quadro, arriva una segnalazione dal capo della forestale di Brescia, Rino Martini, il quale avrebbe avuto una soffiata su un presunto carico di torio (combustibile per reattori nucleari) a bordo della Rigel. A suffragare tale ipotesi, la presenza di molti container pieni di polvere di marmo e di cemento, di solito utilizzati per occultare il materiale radioattivo. Un segreto che l’imbarcazione custodisce gelosamente con se a 1.400 metri di profondità, nel bel mezzo dello ionio e che nessuno è in grado, né lo sarà mai, di svelare.

Tre anni dopo un altro affondamento ‘sui generis’. E’ l’alba del 14 dicembre 1990. Il vento tira forte e il mare è agitato. Una  nave portacontainer Ro-Ro (roll-on, roll-over) è in difficoltà a largo di Capo Vaticano (CS). Alle 7.55 il comandante Luigi Pastarino lancia l’allarme ed alle 9.50 arrivano i primi soccorsi aerei a mettere in salvo l’equipaggio. Anche qui accade qualcosa di strano. L’imbarcazione non affonda. In balia delle correnti si trascina per alcune ore fino ad incagliarsi, alle 14.55, sulla spiaggia di Formiciche (Cz). E’la Jolly Rosso della Linea Messina, già tristemente nota come la ‘nave dei veleni’. Nel 1988, infatti, data del suo ultimo viaggio, la Rosso è stata utilizzata dalla Monteco (Gruppo Montedison), per recuperare alcuni rifiuti tossici che una società specializzata aveva cercato di nascondere in alcuni paesi in  via di sviluppo, ma che erano stati prontamente rinviati al mittente. Non una bella nomina insomma ed è forse proprio a causa di questa suggestione negativa che sin dall’inizio il naufragio desta particolare attenzione.

L’intera vicenda presenta poi dei punti quantomeno oscuri. Innanzitutto durante le prime deposizioni dell’ equipaggio emerge come il contenuto del carico destasse molti sospetti presso gli stessi marinai molti dei quali hanno rinunciato al viaggio adducendo motivi di salute inventanti. Qualcuno spiega anche che alla aprtenza si era diffusa la voce che la nave non sarebbe mai arrivata a destinazione.

Mentre parte dell’equipaggio ha fretta di scendere, alcuni responsabili ed alcuni tecnici della Messina, invece, hanno fretta di salire. I primi ad entrare nella Jolly Rosso dopo il naufragio sono proprio loro, mentre i carabinieri e la capitaneria di porto erano ancora fermi sulla spiaggia. Il dubbio -nonostante le smentite ufficiali- che stessero cercando qualcosa è dunque molto forte.

Ma non è tutto. All’indomani del naufragio, le cause dell’affondamento rimangono ancora poco chiare. L’affondamento dovrebbe essere stato causato da una falla aperta sul lato dello scafo, ma le prime testimonianze, compresa quella del comandante dei Carabinieri Giuseppe Bellantone, non hanno notato nessuno squarcio. Ve ne è solo uno sul lato sinistro, ma è così netto e squadrato che -secondo quanto ha dichiarato il maresciallo Domenico Scimone alla commissione parlamentare d’inchiesta- più che dal mare sembra essere stato fatto da qualcuno per trafugare parte del carico. In effetti rispetto a quanto risulta dai verbali d’imbarco, all’appello mancano circa 5 container dal contenuto imprecisato. Come ha fatto dunque la Rosso ad imbarcare acqua? L’unica ipotesi accreditabile rimane quella che dall’interno siano state aperte volontariamente le bocchette antincendio in modo da far entrare l’acqua.

Altri dubbi sorgono durante le operazioni di recupero e di bonifica. I lavori sono affidati ad una ditta olandese, la Smit Tak di Rotterdam, un’azienda specializzata nel maneggiare materiale radioattivo che , tra i tanti incarichi, si è occupata anche del caso del sottomarino russo K-141 Kursk. Perché affidare il compito ad una società con una simile competenza? Dopo solo 17 giorni poi -dopo aver incassato un cospicuo compenso di 800 milioni di lire- gli olandesi se ne vanno, senza aver rimosso la nave. Come se il loro scopo fosse solo quello di portare via, con una sorta di blitz, qualcosa di estremamente pericoloso, che non doveva essere visto.

A far riflettere gli investigatori vi è un ulteriore elemento. Tutto il materiale della Rosso, viene gettato in una discarica a Grasello, vicino ad Amantea. Secondo alcune testimonianze però, di notte in quella zona si verificherebbero strani traffici ed i camion continuerebbero a scaricare materiare sospetto all’insaputa dell’autorità. Proprio per questo la Procura di Paola affida ai carabinieri del Noe ed ai tecnici dell’Arpa dei controlli in particolare nella zona di Foresta. Dalle analisi non emergono tracce di radioattività, ma in compenso vengono rinvenuti migliaia di metri cubi di fanghi industriali, sicuramente non provenienti dalle attività artigianali della zona.

Una volta messi insieme tutti questi elementi emersi durante le indagini, per la vicenda della Rosso appare sempre più verosimile parlare -per utilizzare le parole usate da Carlo Giovanardi in commisione- di “un mancato affondamento”. Come ha dichiarato il 14 luglio 2004 davanti ai parlamentari inquirenti, il procuratore di Paola, Luciano D’Emmanuele: “la motonave Rosso doveva essere affondata a 15-20 miglia a largo di Falerna (Cz), ma l’affondamento non si verificò e la nave spiaggiò in località Formiciche. L’ipotesi investigativa – prosegue-  fa ritenere che sulla motonave fossero imbarcati rifiuti tossico nocivi, o comunque radioattivi, per un successivo illecito smaltimento”.

Su questo stava indagando De Grazia. Su questo e su altri 23 casi di ‘navi a perdere’, scomparse nelle acque antistanti le coste calabre.

 

L’avvelenamento

Il 12 dicembre il capitano della capitaneria di porto parte par la Spezia con una missione precisa: incontrare alcuni membri dell’equipaggio della Jolly Rosso, controllare ulteriormente i registri Lloyd e sorvegliare la nave Latvia (la cui proprietà è riconducibile ad esponenti del Kgb) che , secondo l’ipotesi investigativa, sarebbe dovuta essere la prossima nave dei veleni.

L’ultimo a sentire De Grazia al telefono è l’allora procuratore di Matera, Nicola Maria Pace il quale riceve una rassicurazione: “al mio ritorno sarò in grado di determinare con precisione dove si trova la Rigel”. Come si sa questo non avverrà mai ed il viaggio del capitano s’interrompe  a Nocera Inferiore. “Quando è giunta la notizia della morte -dichiara Pace- né io, né gli altri, abbiamo avuto dubbi che non fosse dovuta ad un evento naturale”.

Eppure , nonostante le perplessità dei colleghi, per molti anni la versione ufficale sulla morte di De Grazia è stata quella della ‘causa naturale’. Così come è scritto nelle due referti delle autopsie redatti nel 1996 dalla consulente d’ufficio, dott.ssa Del Vecchio e da quello di parte, dottor Asmundo. In entrambi, infatti, viene categoricamente esclusa la possibilità di un avvelenamento e il decesso viene attribuito ad un’insufficienza cardiaca acuta.

Nemmeno i dati medici, apparentemente incontrovertibili, riescono comunque a convincere pienamente. Ci sono ancora troppe cose che non tornano. Proprio per questo a molti anni di distanza la commissione parlamentare decide di riaprire il caso. Ad insospettire -oltre naturalmente alle delicate questioni di cui si stava occupando il capitano- è la strana fratta con cui tutti coloro che avevano avuto a che fare con lui vengono allontanati dalle indagini, fino ad arrivare ad un completo stallo dell’attività investigativa. Nella relazione parlamentare si legge come il decesso abbia coinciso “con una fase di vero e proprio arresto (…) e di sfaldamento delle indagini concomitante con quello del pool che fino ad allora aveva profuso impegno ed energie negli accertamenti connessi al traffico di rifiuti radioattivi”. In effetti dopo poco tempo il carabiniere Moschitta ottiene il prepensionamento a 44 anni, il collega Franciaviglia si trasferisce a Catania, l’ispettore della forestale Tassi non si occupa più del caso (da quanto dichiarato non per sua scelta) ed i magistrati inquirenti subiscono continue pressioni e pedinamenti da parte di uomini dei servizi segreti (tra i quali anche uno del Mossad israeliani che, invece, li incoraggia a d andare avanti). Per non parlare dell’archivio personale del capitano, dove su 21 cartelle rinvenute, ben 11 erano ‘stranamente’ prive di documenti.

D’altronde le intimidazioni ricevuti dallo stesso De Grazia erano ben note tanto che il Presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, nel conferirgli la medaglia d’oro ‘alla memoria’, ne ha sottolineato l’ “altissimo senso del dovere che lo ha portato, a prezzo di un costante sacrificio personale e nonostante pressioni ed atteggiamenti ostili, a svolgere complesse investigazioni che, nel tempo, hanno avuto rilevanza a dimensione nazionale nel settore dei traffici clandestini e illeciti operati da navi mercantili”. Ecco -appunto- “pressioni” ed “atteggiamenti ostili”.

Ma torniamo alla Comissione d’inchiesta. Alla luce di tutti questi fatti, i parlamentari, guidati dal presidente Gaetano Pecorella decidono di affidare al professore Arcudi dell’ università di Roma ‘Tor Vergata’, una nuova indagine sui referti delle precedenti autopsie. Colpo di scena. Secondo l’esperto le precedenti analisi sono state del tutto ‘inappropriate’, basate su metodologie vetuste e poco affidabili, concentrate sulla ricerca si sostanze psicotrope più che sui veleni, ma -soprattutto- Arcudi esclude categoricamente la possibilità di una morte naturale. Proprio così, se c’è stata una causa per il decesso -scrive il professore- questa può essere solo quella ‘tossica’ (ormai non più identificabile con precisione). De Grazia, dunque, fu avvelenato. Quella sera aveva mangiato le stesse cose dei suoi compagni di viaggio, tranne una fetta di torta. Forse può essere stata quella a tradirlo, ma questo non potrà mai essere stabilito con sicurezza.

Grazie al lavoro della commissione, un passo importante verso l’accertamento verità, giudiziaria e storica, comunque è stato fatto. Ma la beffa, si sa, è sempre dietro l’angolo. Con una decisione a sorpresa, nonostante i nuovi elementi emersi, il procuratore di Nocera Inferiore, Giovanni Francesco Izzo, ha deciso che non ci sono le condizioni sufficienti per riaprire il caso della morte -o meglio dire dell’omicidio- di De Grazia.

Edoardo

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