Succede nel Mondo

La “war on terror” dei droni

L’articolo analizza la questione dell’utilizzo dei droni nella war on terror di Obama. L’articolo è stato pubblicato da IlJournal qui.

Dall’11 settembre 2001, la politica estera americana è stata caratterizzata dalla “war on terror”. Dopo l’era delle invasioni massicce di George W. Bush, Obama aveva annunciato grandi cambiamenti. Sebbene il ritiro dall’Iraq sia stato completato, la guerra in Afghanistan e la questione Guantànamo rimangono in sospeso. Il fatto che solo un prigioniero sia stato portato a Guantànamo, da quando Obama è presidente, potrebbe far pensare che la “war on terror” sia stata abbandonata, ma non è così. I principi dell’autodifesa e dell’attacco preventivo rimangono al centro della guerra ad Al Qaeda. Infatti, se Obama è riuscito a non aumentare il numero dei prigionieri di Guantànamo è solo perché, dopo l’individuazione dei sospetti, essi vengono eliminati fisicamente. Ciò che è cambiato riguarda piuttosto i mezzi. Dal 2009, un mezzo in particolare ha rivoluzionato l’uso della forza degli USA nel mondo: il cosiddetto drone.

Cosa sono e dove operano i droni

Drone Predator

Drone Predator

Gli Unmanned Aerial Vehicles (UAVs) sono velivoli senza pilota, comandati a distanza, capaci di video-riprendere cosa succede a terra, volando a 2500 metri di altitudine, e con la capacità di lanciare missili contro un bersaglio preciso. I bersagli sono generalmente fondamentalisti islamici legati ad Al-Qaeda, ma per capire l’importanza che stanno assumendo i droni oggi, bisogna ricordarsi che fu un drone Sentinel a monitorare l’area in cui abitava Osama Bin Laden prima della sua uccisione e che fu un drone Predator (assieme ad un jet francese) a colpire il convoglio nel quale viaggiava Muammar Gheddafi prima di essere catturato.

Questi aeromobili possono essere pilotati a decine di migliaia di chilometri di distanza dall’area delle operazioni. Per esempio, molti voli in Afghanistan vengono controllati direttamente da alcune basi negli Stati Uniti. Ciò di cui necessitano questi velivoli è la presenza di piccole piste di decollo nel raggio di 1850 km dalle loro zone d’azione. Due anni fa il sito TomDispatch aveva dichiarato di aver individuato 60 basi militari americane in cui erano operativi i droni.

Le zone calde dove i droni operano sono il confine tra Afghanistan e Pakistan, la ex-Somalia italiana e lo Yemen. Il Pakistan è il più colpito, perché molti talebani trovano rifugio in una regione confinante con l’Afghanistan, il Waziristan. In questa regione, i droni partono soprattutto dalla grande base d’aviazione di Bagram in Afghanistan.

In Somalia, invece, l’esercito americano è attivo con la Joint Special Operations Command dal 2001. L’obiettivo è sconfiggere Al-Shabaab, perché la creazione di uno stato islamista nel Corno potrebbe creare un rifugio sicuro per la riorganizzazione e il potenziamento di Al-Qaeda. Pare che i droni partano da una base nelle Seychelles, da Camp Lemonier in Djibouti e da un’altra base CIA in Etiopia, di cui non hanno ancora certezze della sua esistenza. Dalle stesse basi, e da una segretissima base nella penisola arabica, partono invece i droni diretti in Yemen. Qui gli USA non vogliono che lo Stato collassi sotto la pressione di Al-Qaeda nella penisola arabica.

Al momento vi sono circa 7000 droni a disposizione del Pentagono o della CIA. I modelli più conosciuti sono l’MQ-9 Reaper e il suo antenato MQ-1 Predator, l’RQ-170 Sentinel, RQ-4 Global Hawk. Dato che ci sono di mezzo i servizi segreti, la maggior parte delle informazioni governative sono classificate. Ci sono però organizzazioni che cercano di monitorare queste zone grigie. Il Bureau of Investigative Journalism ha calcolato che dal 2004 al 2013 in Pakistan sono morte tra le 2629 e le 3461 persone, di cui il 20% sono civili innocenti. In Yemen si contano invece 500 vittime, mentre in Somalia un centinaio. Il TheLongWarJournal fornisce dati molto simili.

La posizione delle Nazioni Unite

La questione delle morti civili è grave. Il 24 gennaio, Ben Emmerson, relatore speciale per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite, ha dichiarato che il suo gruppo avvierà uno studio di nove mesi per valutare se gli attacchi dei droni siano illegali secondo il diritto internazionale. Lo studio verterà su 25 casi di attacchi droni compiuti da Stati Uniti, Inghilterra e Israele in diversi territori: Afghanistan, Pakistan, Yemen, Somalia e Territori palestinesi. La questione più delicata è l’uccisione di civili durante questi attacchi aerei.

Ben Emmerson (foto di United Nations - Geneva)

Ben Emmerson, relatore speciale per il Consiglio dei diritti umani delle Nazioni Unite

Sotto accusa c’è il cosiddetto “doppio colpo”, cioè il lancio di un secondo missile verso lo stesso obiettivo mentre arrivano i primi soccorsi, o addirittura durante i funerali delle vittime. Secondo Ben Emmerson, il “doppio colpo” costituirebbe un’uccisione extra-giudiziaria, quindi un crimine di guerra. Ma la questione va ben oltre le cosiddette “civilian casualities”. C’è anche la questione della trasparenza nella decisione del bersaglio, che è gestita dai servizi segreti. Scompare totalmente il diritto al giusto processo. Da un punto di vista pacifista è evidente che l’attacco di un drone equivale ad un attacco armato. Inoltre gli americani hanno creato un precedente: invasione dello spazio aereo e uccisione dei nemici, senza essere dichiaratamente in guerra con lo Stato in cui avvengono gli attacchi. La situazione in questo caso si complica, perché lo Stato ospite di basi americani utilizza volentieri i droni per eliminare i propri nemici domestici, che a volte coincidono coi nemici americani.

I droni nella guerra in Mali?

Al momento, le operazioni di ricognizione e spionaggio in Africa avvengono principalmente con i Pilatus PC-12, velivoli civili monomotore con pilota. Per il Mali gli aerei partono da Ouagadou, capitale del Burkina Faso. Ci sono però novità. Reuters, AlJazeera e New York Times, ormai danno per certo che il Niger abbia accettato la proposta degli Stati Uniti e dell’Africom (il comando operativo responsabile per l’Africa) di allestire una base operativa di droni per l’Africa occidentale.

Gli americani contavano di creare solide relazioni con l’esercito maliano, attraverso l’addestramento degli ufficiali, di modo da creare un legame più stretto con un paese che si trova al crocevia tra deserto  nordafricano e savana. È probabile che l’operazione Serval della Francia abbia scardinato i piani americani di lungo periodo, ma gli USA si stanno riorganizzando velocemente.

L’idea è quella di rendere operativi una decina di droni Predator, non armati, per monitorare gli spostamenti dei gruppi islamisti nel nord del Mali, ma anche tutti i traffici di armi e droga che si muovono tra i confini statali del Sahara centro-occidentale. Con questa base, gli Stati Uniti continuano silenziosamente la loro strategia espansiva in Africa. La proposta dell’Africom deve ancora essere approvata, ma alcuni passi in avanti sono già stati fatti. Lunedì, USA e Niger hanno siglato uno “Status of Forces Agreement”, un dispositivo giuridico che regola la presenza di militari stranieri  nel paese ospitante.

Ma la questione droni dovrebbe preoccupare anche gli americani stessi. Infatti Obama ha già firmato il Federal Aviation Administration Reauthorisation Act, che dal 2015 consentirà il volo dei droni sui cieli degli USA. Per vedere cosa può registrare un drone d’ultima generazione basta seguire il seguente link:

http://www.liveleak.com/view?i=e95_1359267780

Michele Aiello

3 thoughts on “La “war on terror” dei droni

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