Reportage dal basso

Vita a Corviale

DSC_0105Alla fermata di Via di Poggio Verde il 786 si fa aspettare. Sono i “giorni della merla” a Roma. Fa freddo e tira vento, nonostante il gigantesco palazzo di Corviale di fronte a noi blocchi un po’ della corrente che viene dal mare. Michele passeggia avanti e indietro alla fermata con la Reflex al collo.

–  “Che non gliela fai una foto a ‘sta ragazza?”.

È una delle due signore che sta aspettando l’autobus insieme a noi. Capelli bianchi, magra, bassina. Sorride. Si comincia con le solite conversazioni “da fermata”: le corse che saltano, le attese infinite, la mancanza di metro. Almeno questi, sono problemi che assillano tutta Roma. L’incuria, il degrado, l’abbandono, sono trattamenti riservati solo per qualcuno. E Corviale è uno di loro.

 La signora abita qui da trent’anni, è stata una delle prime ad entrare nelle case popolari concesse dall’INA-casa negli anni Ottanta. Vivono in tre, con il marito e il figlio, quarantenne cassintegrato fino all’anno scorso. Due stanze, cucinino e bagno. Sono 80 metri quadri totali, compreso il garage e la cantina. Si chiama Vita. Come la vita che si è dovuta accontentare di avere. Dice che non si lamenta, che nella disgrazia è stata fortunata perché non appena persa la casa dove si trovava prima è riuscita ad entrare subito in graduatoria, mentre tanti altri sono rimasti fuori. Come spesso succede, in alcuni casi diedero la precedenza ai “parenti di”. Pratiche comuni, ingiustizie di sempre.

“Per terra abbiamo lasciato il linoleum. Come ce lo hanno consegnato tanti anni fa” – spiega – “avremmo voluto mettere le mattonelle ma non abbiamo mai avuto i soldi”. Ma non sarebbe competenza dell’A.T.E.R. la manutenzione delle case popolari? Vita ci guarda dal basso all’alto e sorride, facendo un gesto per dire “figurati”. E i citofoni dei palazzi? E le cassette delle lettere? E gli ascensori?

 “Le bollette arrivano sempre” – ironizza Vita – “l’ascensore è stato bloccato quasi otto anni ma l’abbiamo sempre pagato. Sedici euro al mese.”

 Il 786 ancora non si vede. Fa freddo, Vita si arrotola intorno alle mani l’estremità del maglione che spunta da sotto il cappotto. “Quanti anni mi date?”, domanda. “Massimo una settantina”, le rispondiamo. “Bravi!”. “Abbiamo indovinato?”. “No! Ce n’ho settantasei! Elena” – indica la sua amica – “ce n’ha sessantotto, ma ne dimostra di più perché si trascura e ha avuto problemi di salute”. Elena è una tipa scanzonata, sta spiegando come si cucina pasta e patate. Anche Vita ha qualche acciacco ma alle cure non ci rinuncia e ogni settimana fa gli ultrasuoni e la ginnastica posturale. Si sveglia alle 5 per andare all’ospedale ma alle 8 e mezza ha già finito e può iniziare la sua giornata.

Del nostro autobus, aspettiamo lo stesso, ancora non c’è traccia. “Prendiamo quest’altro, almeno cominciamo a avvicinarci, è tardi!”. Saliamo sul 98 per qualche fermata. Elena e Vita trascinano due borse vuote. Devono affrettarsi per raggiungere piazza Mastai, Trastevere, perché un giorno al mese – oggi – alla Caritas possono prendere un po’ di generi alimentari. Proseguiamo il viaggio insieme, Vita ci prende in giro perché per un tratto ci addormentiamo sull’autobus. “Ma guarda questi quanto so’ mosci!” scherza. Intanto parla di suo figlio Marcello. Divorziato, due figli. Dopo aver vissuto due anni in una struttura per padri separati in difficoltà, ha dovuto lasciarla ed è tornato a casa con i genitori. Lavora occasionalmente, a orari improbabili. “Eh ma lui non si lamenta, è come me. Il lavoro è il lavoro, a qualunque orario.”

 Dopo l’ennesimo trasbordo, Vita e Elena hanno anche la forza di correre per non perdere il tram. “E vabbe’, faccela ‘sta foto!”.

Sono arrivate. Mentre scendono alla loro fermata si guardano indietro e ci salutano con la mano. “Fate i bravi, ragazzi!”

Elena Risi

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