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Dove finisce Grasso e inizia Ingroia

l43-antonio-ingroia-presenta-121229134111_bigE’ una questione di qualità, non una formalità, la differenza tra Piero Grasso e Antonio Ingroia.

Nei giorni scorsi i due magistrati hanno annunciato la loro candidatura alle prossime elezioni legislative, con modalità assai differenti. Non è importante lo schieramento politico scelto, e non sono importanti i partiti politici o movimenti tra le cui fila i due si presenteranno. E’ invece da rilevare una sostanziale differenza nel rapporto che terranno con la magistratura. Piero Grasso, ormai ex procuratore nazionale antimafia, ha dichiarato di voler lasciare la magistratura. Antonio Ingroia, già procuratore aggiunto a Palermo e oggi collocato fuori ruolo in Guatemala, ad una domanda circa il suo possibile ritorno al ruolo di magistrato dopo l’esperienza politica, ha risposto con un laconico “Poi vediamo”.

Negli ultimi vent’anni la magistratura è stata sottoposta a pressioni e accuse di ogni tipo, soprattutto nei periodi elettorali e soprattutto da parte di politici coinvolti a vario titolo in procedimenti giudiziari. Le accuse, spesso di natura populistica e vagamente intimidatoria, tendevano ad una delegittimazione del terzo potere del nostro stato. Passando per tentativi maldestri di riforma della giustizia e inquietanti ipotesi di elezione popolare dei giudici, si è tentato, per anni, di etichettare la magistratura come un attore della scena politica italiana legato alla sinistra. La magistratura rappresenta un pilastro fondamentale del nostro ordinamento, un’irrinunciabile baluardo contro ogni tentativo di utilizzo del potere legislativo che vada contro la carta costituzionale, e i principi da essa enunciati. Per questa ragione il potere giudiziario deve essere difeso da ogni volgare tentativo di aggressione, soprattutto quando questo venga da elementi che hanno tutto l’interesse ad indebolirlo. Tra le sue peculiarità, la magistratura ha la terzietà, l’indipendenza. Il ruolo dei magistrati è così delicato da essere sacro. Nella terzietà, nell’indipendenza, si ritrova tutta la sacralità del ruolo. Non può esserci promiscuità con la politica, come si evince da tutto lo spirito del dettato costituzionale. Un magistrato ha una missione, rappresenta la nostra stessa repubblica, per questo è sacro. Nel momento in cui un magistrato dovesse decidere di entrare in politica, dovrebbe dimettersi. Dovrebbe, insomma, spogliarsi della sacralità che gli è dovuta, per candidarsi come un privato cittadino. Non c’è alcun dubbio circa il fatto che Antonio Ingroia sarà un candidato assolutamente degno, ma perché non dimettersi? Entrare in politica da magistrato in aspettativa (dunque da magistrato a tutti gli effetti) significa, anche solo per ipotesi, entrare in una zona grigia, promiscua, che il potere giudiziario e il nostro impianto costituzionale non si meritano. Per chi è stato chiamato ad applicare anche la costituzione, questa dovrebbe essere una questione vincolante. E’ tutta qui la differenza tra Grasso e Ingroia, le altre le scopriremo in campagna elettorale.

Francesco Ditaranto

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