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Il limbo del Mali – Background e analisi di un conflitto

Il background del conflitto in Mali è importante per capire le future mosse degli attori in gioco. In perfetto stile restauratore l’ONU ha preso la sua decisione. Il 20 dicembre, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha approvato all’unanimità la risoluzione 2085 che si pone l’obiettivo di ristabilire i confini del Mali precedenti alla secessione del Nord e individua i gruppi armati islamisti come una minaccia regionale e internazionale.  La misura dà il via libera ad un’operazione militare dell’Unione Africana e della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale (ECOWAS) nella regione.

Lo scorso 6 aprile alcuni gruppi armati Tuareg hanno proclamato una nuova entità politica nel Mali settentrionale, territorio saheliano e desertico. Il territorio ha preso il nome di Azawad, ma è lungi dal costituire uno Stato indipendente. La sovranità dell’Azawad, infatti, risiede in quei gruppi armati che hanno conquistato le città strategiche del nord: Timbouktu, Kidal e Gao. La presenza di gruppi islamisti ha mobilitato tutta la regione dell’Africa occidentale e delle potenze mondiali in seno al Consiglio di Sicurezza.

Il 6 aprile 2012 è stata proclamata la liberazione dell'Azawad. Da allora il territorio non è mutato, ma i rapporti di forza tra i gruppi armati sì.

Il 6 aprile 2012 è stata proclamata la liberazione dell’Azawad. Da allora il territorio non è mutato, ma i rapporti di forza tra i gruppi armati sì.

La risoluzione chiama a raccolta i membri dell’ONU per contribuire in termini di truppe alla missione. In particolare l’organo esecutivo dell’Organizzazione, il Consiglio di Sicurezza, ringrazia l’ECOWAS che già da diversi mesi ha offerto la sua disponibilità a partecipare. La Francia, ex-colonizzatrice del Mali, è stata la promotrice di questa risoluzione. Non è da escludere quindi anche una partecipazione francese all’intervento armato, come avvenne per esempio in Cote d’Ivoire nel 2002 e nel 2011.

La missione militare opererà con un periodo iniziale di un anno e si chiamerà AFISMA, African-led International Support Mission in Mali. Quasi sicuramente l’ECOWAS guiderà l’operazione militare. Già ad aprile l’organizzazione economica aveva espresso la volontà di risolvere la questione, anche ricorrendo all’uso della forza. A fine agosto aveva addirittura presentato le sue previsioni per una possibile missione: un contingente di 3000 uomini per una spesa prevista di 410 milioni USD. Il capo delle operazioni di Peacekeeping dell’ONU Herve Ladsous mette comunque le mani avanti e afferma che le operazioni non cominceranno prima di settembre 2013.
Al riguardo si sono già espresse alcune agenzie internazionali. Amnesty International ha condannato la risoluzione del Consiglio di Sicurezza, ammonendo le parti in causa sulle conseguenze di una operazione militare su vasta scala. Secondo il loro comunicato, un nuovo conflitto potrebbe generare un disastro umanitario ancora più grave ed un aumento fuori controllo di crimini di guerra e violazioni di diritti umani.

La situazione umanitaria è molto delicata ed è resa più intricata dall’aspra lotta per il potere in seno al Mali. Non solo tra governo ed esercito nel Mali di Bamako, ma soprattutto tra i gruppi armati attivi nell’Azawad.
All’inizio della questione, i due principali protagonisti erano Ansar Dine e il National Movement for Liberation of Azawad (MNLA). Quest’ultimo è l’unico gruppo dichiaratamente Tuareg che non si richiama all’Islam. É stato il primo a dichiarare la secessione dell’Azawad dal resto del Paese. Già a luglio però, l’MNLA aveva perso le sue posizioni strategiche, e da allora militarmente conta poco o nulla.
Anche il leader di Ansar Dine – che attualmente mantiene il controllo di Timbouktou e Kidal – è un Tuareg, che però attinge la sua ideologia politica da una versione ortodossa dell’Islam.
La famigerata Al-Qaida nel Maghreb Islamico (AQIM) e il Movimento dell’Unità della Jihad nell’Africa occidentale (MUJWA) sono anch’essi diventati molto importanti. Nel panorama internazionale sono considerati pericolosi criminali, perchè potrebbero attivare un network internazionale di addestramento, finanziamento e rifugio per il terrorismo islamista internazionale. Nel contesto politico maliano conterebbero poco, anche perchè in Mali sono le fratellanze Sufi ad avere il maggior peso nell’interpretazione dell’Islam. Ciononostante, alcune condizioni hanno permesso a questi due gruppi di controllare gran parte dell’Azawad. Il controllo del territorio si è poi caratterizzato per l’imposizione di una versione radicale della sharia alla popolazione. Le violazioni di diritti umani che ne sono seguite, hanno oscurato le ragioni socio-economiche alla base della secessione della regione.

Per questo motivo il Consiglio di Sicurezza ha individuato i gruppi islamisti AQIM e MUJWA come i nemici da sconfiggere. Chi non prenderà le distanze da loro sarà considerato alla stregua di un loro alleato, aprendo di fatto una via d’uscita ad Ansar Dine e all’MNLA. A riprova di ciò i due gruppi hanno immediatamente concordato un cessate il fuoco e di rinunciare a qualsiasi azione che possa infrangerlo.
La risoluzione 2085, approvata il 20 dicembre, pone però anche alcune precondizioni all’inzio della missione internazionale. Il governo maliano deve darsi una roadmap per far raggiungere un adeguato livello di preparazione ed equipaggiamento al suo esercito. Inoltre deve indire nuove elezioni presidenziali. L’obiettivo rimane sempre lo stesso: ripristinare l’integrità territoriale del Mali uscito dal colonialismo francese nel 1960.

Purtroppo c’è confusione anche quando si prende in causa il governo.

Il Capitano Sanogo non è favorevole ad un'operazione militare internazionale in Mali

Il Capitano Sanogo non è favorevole ad un’operazione militare ONU in Mali

Il Capitano Amadou Sanogo è l’ufficiale più in vista dell’esercito nazionale. Il 21 marzo ha guidato un colpo di stato per deporre Amadou Toumani Touré, l’allora capo di Stato accusato di non affrontare seriamente la rivolta dei gruppi armati settentrionali. Sotto le pressioni internazionali, la giunta militare ha poi lasciato la guida del potere in mano ai civili, in particolare a Dioncunda Traoré come capo di Stato e Cheick Modibo Diarra come primo ministro. I due hanno cominciato ad appoggiare una missione internazionale per risolvere la questione settentrionale. Traoré è stato messo fuorigioco a causa di un violento attacco fisico operato nei suoi confronti ad agosto da manifestanti pro-esercito. Il premier Diarra si è ritrovato ad essere l’uomo più importante del governo, ed ha utilizzato la sua influenza per creare un network diplomatico internazionale che favorisse un intervento dell’Unione Africana nel Nord.
L’esercito si è opposto fin dall’inzio. Sanogo infatti sostiene che l’esercito maliano deve essere in grado di risolvere autonomamente il problema. O, in ogni caso, la questione deve essere gestita dai maliani. La giunta militare accetterebbe un’ingerenza dall’esterno solo a condizione di mantenere la leadership delle operazioni sul suo territorio. Una sfida molto difficile per l’esercito maliano, dato che il contingente internazionale sarà formato da truppe appartenenti a Niger e Nigeria, due paesi in cui l’esercito è decisamente più preparato ed equipaggiato di quello di Bamako.

La leadership militare ha quindi deciso di rimuovere il premier Diarra dall’incarico lo scorso 11 dicembre. Questa mossa la dice lunga su chi detiene il potere nel Paese. Infatti un portavoce dell’esercito ha detto chiaramente che Diarra stava portando avanti un’agenda personale.

Michele Aiello

3 thoughts on “Il limbo del Mali – Background e analisi di un conflitto

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