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Ho visto un re

++ LODO ALFANO:OK COMM.SENATO RETROATTIVITA'PER PROCESSI ++

La morte politica del PDL tra mancata fiducia al governo Monti e ritorno in campo di Berlusconi.

Commuove il triste dipanarsi della vicenda umana e politica di Angelino Alfano. Simile ormai nei tratti pittorici ad un Capezzone prima maniera (quello nascosto dal partito in cantina nei concitati giorni della vicenda Englaro, visti i trascorsi radicali), il segretario del PDL sembra destinato a rimpolpare le fila degli eterni secondi, un po’ come Toto Cotugno o Carlo d’Inghilterra. Incalzato dai cronisti, l’ex-ministro della giustizia  ha tentato di parlare di disagio del suo partito rispetto ai provvedimenti del governo, ha tentato di dare un significato politico alla mancata fiducia al governo Monti, ma ci è riuscito a metà. Non è facile per l’ex candidato premier in pectore (al netto dalle primarie, il segretario del partito più importante di una coalizione, ha buone possibilità di essere il candidato premier), dover fronteggiare, peraltro a tarda sera, le istrioniche uscite del suo presidente.

Ieri nelle aule parlamentari, i capigruppo del Popolo Delle Libertà si affrettavano a coordinare l’astensione nel voto sul decreto sviluppo. Uno stanco Cicchitto (molto più convincente nell’interpretazione di Max Paiella) dava conto dell’opposizione del suo partito a un governo che sta portando l’Italia sull’orlo del baratro. Il partito, che a questo punto immagineremo con le cispe sugli occhi e la bocca impastata di chi si è appena svegliato, ritrova tutta la sua integrità (salvo qualche fisiologica defezione) in quest’opposizione coraggiosa contro il governo dei professori che affama gli italiani.

Eppure prima della naturale fine della legislatura, rimane sul piatto quella legge elettorale di cui, da più parti, si chiedeva il cambiamento. Cercando di sovrapporre le due condizioni che si sono venute a creare, probabile voto con la legge elettorale attuale e candidatura di Berlusconi a premier, il quadro che emerge è singolare. La riforma della legge elettorale avrebbe dovuto ridare la parola ai cittadini. I partiti non avrebbero più stilato una lista di candidati, imposti in blocco agli elettori. Il centrodestra avrebbe dovuto prodursi nell’esercizio delle primarie. Invece, pressato dai suoi, e preoccupato per le sorti del paese, Berlusconi si ricandida e le primarie sfumano senza lasciare traccia.

Si assiste così a una straordinaria spiegazione del senso delle parole. Se con l’espressione “il partito di Alfano” si vuole indicare il partito tra le cui fila Alfano milita, con l’espressione “il partito di Berlusconi” si vuole indicare che il partito è suo, il suo. Andare a votare con questa legge elettorale non fa che restituire tutto il potere al legittimo proprietario del partito. Berlusconi deciderà chi e come siederà in Parlamento, ricostruendo una corte, che si sperava dimenticata. Per fare questo, il governo Monti deve cadere, o almeno vivere in bilico. E soprattutto, la legge elettorale deve restare intonsa. E dovrebbero contarsi sulle dita di una mano gli ingenui che hanno visto nella proposta Quagliariello un tentativo serio di riforma. Non c’è paese sul baratro che tenga. Non c’è disagio politico. Non ci sono fondamentali di economia che abbiano spinto a un atto di responsabilità. C’è il ritorno di un caro leader, che deve serrare le fila. Anche a costo di perdere le elezioni.

L’Italia, è questo il suo unico ruolo, fornisce la pelle sulla quale questo tragicomico teatrino si consuma. Monti poteva cadere prima, o dopo, per validissimi motivi. Il rischio che cada adesso per la scelta di un singolo, pur sostenuta dall’eccitazione del leghista Maroni, pone un interrogativo serio. Il paese è di destra, di sinistra, o semplicemente suo? Sarà questa una domanda da porsi al momento di votare, a febbraio o ad aprile dovrebbero comunicarcelo a breve.

Se in un momento di sconforto, capitati sul sito del PDL, si dovesse decidere, in pieno o parziale possesso delle proprie facoltà, con sprezzo del pericolo, di ascoltare l’inno del partito di Berlusconi, rientrati in sé, si avrebbe una sensazione forte di mancanza. L’emozionante “Meno male che Silvio c’è” è stata sostituita dalla più sobria “Gente della Libertà”, nel cui video, almeno in quello, il delfino Alfano riceve l’investitura ufficiale.  Ora che Berlusconi ha deciso di scendere nuovamente in campo per salvare il paese, una bella speranza, potrebbe essere quella di un ritorno, magari rimasterizzato, del più toccante inno “Meno male che Silvio c’è”.

Francesco Ditaranto

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