Interviste

Racconti di mafia: parla Gaspare Mutolo

la_mafia_picChi è Gaspare Mutolo? Ieri mafioso, oggi pittore e amante dell’arte. Il collaboratore di giustizia potrebbe raccontare per ore cominciando dal giorno in cui decise di cambiare la sua vita.

Quando nel ’92 diventò collaboratore di giustizia, chiese di parlare con Giovanni Falcone. “Volevo dire tutto a lui” – spiega il pentito – “perché era un guerriero, una persona che non aveva paura di niente”. Per motivi burocratici non fu Falcone però ad ascoltarlo, ma Paolo Borsellino. Diciotto giorni prima della sua morte. Il primo luglio del 1992 dopo la deposizione di Mutolo, il magistrato si recò a Roma per incontrare Bruno Contrada, il rappresentante del SISDE, e Vincenzo Parisi, capo della polizia. Qui scopre che l’incontro con Gaspare Mutolo, teoricamente coperto da segretezza totale, era già stato spifferato. Mutolo è stato tra i primi accusatori di Contrada. Quando Borsellino gli riferì dell’incontro con il rappresentante dei servizi segreti, anche lui capisce che il suo colloquio con Borsellino faceva ormai parte della categoria dei segreti di Pulcinella.

Non stupisce quello che racconta il pentito, ma piuttosto il pensiero che a dirlo sia un uomo che ha fatto parte per anni della Cupola di Cosa Nostra, gestendo rapimenti, omicidi e traffici di droga: “finché ci saranno certe persone ai vertici della politica e delle istituzioni, l’Italia continuerà a fare acqua da tutte le parti”. Infiltrazioni, collusione, corruzione. Si aggiungono gli errori di sistema, quelli inconsapevoli. Come la pratica di trasferire i mafiosi arrestati dalla Sicilia ad altre regioni d’Italia. Questo, secondo Mutolo, è il metodo più rapido per favorire l’allargamento della rete di contatti di un delinquente mafioso portando all’estensione del fenomeno delle mafie al Nord. “Il mafioso va isolato”, continua, “e non bisognerebbe farlo uscire dalla Sicilia. Se solo fosse possibile si dovrebbe pensare a un piccolo paese fatto solo di mafiosi che non possono muoversi di lì”.

Mutolo racconta con un forte accento siciliano. Spiega che dei circa 15.000 collaboratori di giustizia non tutti hanno davvero cambiato vita. Molti di loro hanno approfittato dei vantaggi che gli derivavano da questo status per tornare in Sicilia e ricominciare a delinquere. “Io sono uno dei pochi che ha realmente dato una svolta”, confida, “oggi per me l’unica cosa che conta è l’arte”. Spiegando i motivi che lo hanno spinto ad allontanarsi da questa vita vent’anni fa, parla di un mondo mafioso che ai suoi occhi non esisteva più.

Quando i Corleonesi di Totò Riina hanno cominciato ad ammazzare bambini e fimmine venne infranto quel “codice d’onore” che per lui era considerato inviolabile. A quei tempi tra mafiosi non c’era bisogno di presentazioni, bastava rivolgersi l’un l’altro con un: “la stessa cosa”. Le famiglie che controllavano il territorio siciliano si muovevano più o meno in sordina ma riuscivano ad ottenere tutto ciò di cui avevano bisogno attraverso traffici illeciti, compravendita di voti politici e accordi con poteri occulti. Arrivavano ovunque, soprattutto ai tribunali. Con la seconda guerra di mafia, Riina e i suoi uomini hanno cambiato le regole del gioco e hanno peccato di sfacciataggine.

Giochi di potere e ricatti politici. Anche le recenti elezioni regionali in Sicilia sarebbero state espressione di equilibri e disordini di Cosa Nostra. Tutti si sono chiesti dove fossero finiti i voti della mafia. Secondo Mutolo l’altissimo tasso di astensionismo è stato un messaggio di protesta dei rappresentanti della criminalità organizzata verso i referenti politici di sempre (PDL e UDC) che hanno sempre mancato le promesse degli undici articoli di Totò Riina. E la vittoria di Crocetta, da anni dedito alla lotta contro la mafia, sarebbe una conferma e non una smentita di questa teoria, perché il nuovo governatore potrà andare a toccare in prima persona gli interessi dei politici collusi con la mafia.

Elena Risi

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