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Palestina: vittoria all’Onu, ma la strada è ancora lunga

Israel Palestine wallAbu Mazen e la causa palestinese incassano una piccola vittoria all’Onu. Con 138 voti favorevoli, 9 contrari e 41 astenuti passa la richiesta della Palestina per un seggio in qualità di “Stato non osservatore” all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. L’Italia che in un primo momento sembrava dovesse astenersi, come ha fatto la Germania della Merkel (grande sostenitrice di Israele), ha optato alla fine per il voto a favore.

La notizia nei quotidiani online italiani è già scivolata sotto la soglia d’attenzione del lettore medio, relegata al ruolo di controfigura in uno scenario dell’informazione che vede come protagonisti l’Ilva di Taranto, lo scontro tra Bersani e Renzi, la telenovela Sallusti, l’Imu, la disoccupazione record e le altre mille beghe del nostro Paese.

La votazione di ieri al Palazzo di Vetro di New York è già acqua passata. Nei titoli prevalgono le polemiche politiche. La destra italiana, con in testa la fervente sionista del Pdl Fiammetta Nirestein, attacca l’esecutivo per la sua scelta. Il portavoce della comunità ebraica Riccardo Pacifici rincara la dose degli ultimi giorni e definisce la decisione del governo “una doccia fredda”Monti e il ministro degli esteri Terzi si sono affrettati a riaffermare la loro vicinanza a Israele. Nel comunicato con cui il governo illustrava le ragioni del voto c’è un passaggio significativo. Alla fine del testo si dichiara :“ll Presidente Monti ha nell’occasione manifestato la convinzione che l’assetto finale si possa basare sul principio dei due Stati per due popoli, con lo Stato palestinese che sia patria del popolo palestinese, e lo Stato d’Israele come Stato ebraico, riconoscendone la legittima aspirazione quale patria del popolo ebraico.”

Sulla stessa linea di pensiero è stato il discorso dell’ambasciatore francese all’Onu dopo la votazione dell’Assemblea. Raggiungimento della pace attraverso la soluzione “due Stati due popoli”. Progetto impraticabile vista la reale situazione sul campo. Il coraggio di una presa di posizione netta contro questa grande bugia della soluzione a due Stati ancora manca nei palazzi del potere. Il tweet lanciato frettolosamente dall’account ufficiale dell’Onu che sottolinea l’urgenza di una One State-Solution è considerato una gaffe, ma in molti ambienti ormai questa visione alternativa è ritenuta l’unica soluzione praticabile per contrastare l’intollerabile status quo.

Sul fronte contrario i toni dell’intervento di Susan Rice, ambasciatrice statunitense al Palazzo di Vetro, sono stati prevedibilmente accessi. Incassata la sconfitta diplomatica, il rappresentante di Washington parla di ostacolo alla pace e della necessità di non agire unilateralmente. Nella cronaca del giorno, rileggendo le sue dichiarazioni, non si capisce se stia parlando della richiesta di Abu Mazen all’Onu o della decisione di Netanyahu di continuare la costruzione di colonie illegali in Cisgiordania con 3000 nuovi insediamenti.

Solamente il ministro degli esteri turco Davutoglu in un commovente intervento difende a spada tratta le ragioni dei palestinesi, attaccando l’inaccettabile situazione dello status quo.

La paura di molti è che non cambierà niente. Il percorso verso una soluzione sostenibile è tortuoso, a tratti impraticabile.

Sul sito Nena News interviene Grazie Careccia, giurista esperta di diritto internazionale, spiegando le implicazioni del voto Onu a livello legale: “Lo stato palestinese potrà, con più facilità rispetto a quanto non sia avvenuto per l’UNESCO, diventare membro di importanti agenzie specializzate delle Nazioni Unite, come per esempio l’Unione internazionale delle telecomunicazioni. Oltre agli strumenti per la tutela dei diritti umani, la Palestina potrà diventare un’Alta Parte Contraente delle Convenzioni di Ginevra e ratificarne i due protocolli aggiuntivi, il che darebbe alla Palestina il potere di perseguire i crimini internazionali commessi sul proprio territorio, in virtù dell’Articolo 146 della Quarta Convenzione di Ginevra. Questa norma di diritto cogente andrebbe a prevalere su eventuali accordi di natura pattizia conclusi dalla Palestina che prevedano deroghe a tale principio. Più difficile sarà invece il percorso per accedere agli strumenti di giustizia internazionale. Mentre la Palestina potrà presentare al Segretario Generale delle Nazioni Unite lo strumento di ratifica dello Statuto della Corte Penale Internazionale e diventarne uno Stato Parte, altrettanto non potrà fare per lo Statuto della Corte Internazionale di Giustizia, la cui ratifica è consentita solo agli stati membri delle Nazioni Unite.”

Secondo la chiave di lettura di un’analista di Al Jazeera International: Israele nel 1948 è stata riconosciuta come Stato e successivamente  ha utilizzato la violenza e la forza militare per imporsi nella regione, mentre per i palestinesi, al contrario, dopo anni di resistenza armata è arrivato il momento di percorrere nuovamente le vie diplomatiche, con l’auspicio che gli eventuali  successi non rimangano sulla carta come molte altre risoluzioni o accordi passati.

Un ragazzo conosciuto questa primavera a Ramallah mi disse: “Non mi importa niente della vostra concezione di Stato. Ci potete dare due Stati, uno Stato, dieci Stati, non ce ne faremo niente, vogliamo solo che vengano riconosciuti i nostri diritti!”. La strada purtroppo è ancora lunga.

Giulio Ciavarella

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