Succede nel Mondo

Un 29 novembre diverso

A 65 anni dal Piano di Partizione della Palestina, Abu Mazen chiede il riconoscimento all’Onu. Domani il voto dell’Assemblea Generale. La richiesta che fa arrabbiare Israele e preoccupa gli Stati Uniti, ha buone possibilità di essere accolta e consentirebbe di aprire un nuovo capitolo di una storia iniziata il 29 novembre 1947. 

Il 29 novembre 1947, l’United Nations Special Committee on Palestine elaborava il Piano di Partizione della Palestina. Nel tentativo di porre fine al conflitto comunità ebraica e comunità araba, nel documento si proponeva la partizione del territorio palestinese fra due Stati: uno arabo (comprendente il 45% del territorio, con una popolazione ebraica quasi nulla) e l’altro ebraico (comprendente il 55% del territorio, ma con gli ebrei maggioranza solo nella regione di Tel-Aviv e minoranza altrove), mantenendo Gerusalemme come territorio neutrale sotto l’egida dell’ONU. La Palestina e i Paesi arabi, respinsero il Piano considerato iniquo, rifiutando qualsiasi divisione della Palestina originaria. Da allora le relazioni tra le due parti iniziarono a deteriorarsi ad un ritmo crescente. Tre guerre arabo-israeliane e infinite crisi armate hanno portato alla situazione attuale.

A distanza di 65 anni la Palestina torna davanti all’Assemblea Generale, per cercare il riconoscimento delle Nazioni Unite come “Stato non membro, che non è ancora lo status di membro delle Nazioni Unite, ma è di più della posizione di “ente osservatore”,   che l’Autorità nazionale palestinese ha avuto fino ad oggi.

Israele e Stati Uniti, restano assolutamente contrari alla richiesta – Tel Aviv la considera un segnale di ostilità e minaccia rappresaglie in caso di vittoria del sì -, ma il Presidente palestinese Abu Mazen potrebbe riuscire ad ottenere il voto favorevole di 130 membri. Numero corrispondente ai 2/3 degli Stati, che lo Statuto Onu pone come soglia per approvare le decisioni dell’Assemblea.

L’Unione europea arriva divisa alle votazioni previste per domani, in cui si esprimerà in ordine rigorosamente sparso. Alcuni Paesi hanno già annunciato il loro sì, come Francia, Spagna, Portogallo e Austria. Altri sceglieranno probabilmente l’astensione, come Germania e Italia. Mentre la Gran Bretagna vincola il suo “si” a due opinabili quanto difficilmente accettabili condizioni: Abu Mazen deve impegnarsi a riprendere immediatamente i negoziati con Israele, lasciando a casa condizioni e ogni velleità di far parte della Corte penale internazionale e della Corte internazionale di giustizia. Che tradotto significa chiudere a doppia mandata la porta a qualsiasi possibilità di denunciare Israele alla giustizia internazionale.

Il voto favorevole per la Palestina sarebbe essenzialmente simbolico, ma avrebbe grande importanza. Darebbe una nuova (forse l’ultima) possibilità al rilancio di un processo di pace volto ad ottenere due Stati, e sul piano interno rafforzerebbe la posizione di Abu Mazen, messo nell’angolo da Hamas.

Il bandolo della matassa è decisamente aggrovigliato, pensare di riportare la situazione alla condizione ex quo sarebbe utopico e impossibile, ma il mantenimento dello status quo non è moralmente accettabile né conviene a nessuno. Gli ultimi eventi di Gaza, hanno mostrato un’Israele sempre meno protetta e sempre più isolata in una regione in cui, forse oggi più che mai, può scatenarsi un conflitto capace di incendiare l’intero Medio Oriente e non solo.

Questo 29 novembre potrebbe essere diverso. La comunità internazionale ha la possibilità di chiudere la parentesi di violenze, morte e ingiustizie aperta nel 1947, e iniziare, finalmente, a scrivere una storia diversa.

Veronica Pontecorvo

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