Reportage dal basso

A scuola con i migranti

Reza ha 17 anni, è afgano ed è arrivato in Italia 7 mesi fa. Ancora quasi non parla una parola di italiano ed è analfabeta nella sua stessa lingua. A gesti mi spiega di essere arrivato in Italia attraverso un estenuante viaggio in camion passando per la Turchia e la Grecia e che, una volta arrivato a Roma, ha trovato accoglienza presso la cosiddetta “buca degli afgani”, l’accampamento-comunità nel quartiere Ostiense in cui vivevano fino a poco tempo fa (oggi è stato sgomberato) gli afgani clandestini o irregolari in attesa del riconoscimento dello status di rifugiato.

Mentre sto provando a ricostruire la storia di Reza, che se ne sta seduto di fronte ad un quaderno vuoto, Giorgia, studentessa romana di biologia e attivista dei centri sociali, gli sta insegnando pazientemente a tenere la penna in mano e a disegnare cerchietti e stanghette prima di arrivare alle lettere dell’alfabeto. Nella stanza affianco si sente un coro di voci ripetere la coniugazione del condizionale del verbo mangiare. E’ una classe eterogenea. C’è Ahmes, pakistano di 34 anni laureato in matematica e oggi scaricatore di cassette di frutta al mercato, c’è Ioana – la prima della classe a detta dei compagni- ragazza ucraina che fa le pulizie di notte, ci sono i fratelli bangla A. e E., rispettivamente di 12 e 14 anni, inseriti nelle classi di scuola media, il loro zio Mahmoud che ha raggiunto la famiglia in Italia e lavora in un call center e infine c’è un ragazzo nuovo, Seidou, che viene dal Ghana e ha saputo della scuola da suo cugino. Tutti sono qui per apprendere i primi rudimenti della lingua italiana, per potersela cavare in mezzo alla strada, sul lavoro o a scuola.

Da quattro anni i volontari della scuola di italiano per migranti “Puzzle”, situata nel quartiere Tufello, accolgono tutti gli stranieri che si presentano per offrire loro una sorta di pronto soccorso linguistico, un servizio di alfabetizzazione primaria alla lingua italiana. Insegnano non solo la grammatica e la pronuncia, ma anche come chiedere informazioni pratiche, come compilare un modulo, come presentarsi o scrivere una lettera o un curriculum. Martina, una delle docenti, mi dice che ha iniziato perché voleva rendersi utile e ha imparato a supplire all’iniziale incomunicabilità con l’esperienza, utilizzando molto le immagini e le simulazioni di piccole scenette. Incontro poi Gianluca, che di giorno veste i panni dell’avvocato e di sera fa il coordinatore della scuola. Mi accompagna e mi fa vedere come si sono sistemati.

Il progetto della scuola è nato nell’ambito delle attività del centro sociale Astra, della cui assemblea fanno parte anche molti degli stessi insegnanti. Fino a poco tempo fa le lezioni si tenevano nelle stanze del centro sociale, poi a febbraio scorso con l’occupazione da parte degli attivisti dei movimenti di lotta per la casa degli ex uffici abbandonati della Asl di via Monte Meta, la scuola di italiano ha trovato finalmente una nuova e definitiva sistemazione. Hanno portato banchi e sedie, ridipinto le pareti, rifatto l’impianto elettrico e i servizi.

Oggi fanno parte di Puzzle, uno spazio occupato autogestito restituito al quartiere. Puzzle –prosegue Gianluca- è nato come progetto di welfare dal basso, il tentativo, cioè, di rispondere ai bisogni di servizi sociali necessari a livello territoriale e su cui la pubblica amministrazione è decisamente carente. La palazzina infatti ospita uno studentato, la scuola per migranti e un doposcuola con annessa ludoteca a prezzi popolari. Ed’ è proprio l’offerta di questi servizi utili al quartiere che ha fatto guadagnare a Puzzle il sostegno e la partecipazione degli abitanti.

La scuola è frequentata da un centinaio di alunni suddivisi su due livelli, base e avanzato. Ogni tanto si organizzano anche cene meticce  in cui ognuno porta una pietanza tipica del suo paese, tornei di calcetto o uscite di gruppo. Da qualche mese sono entrati a far parte ufficialmente della Rete delle Scuole Migranti. Si tratta del coordinamento delle principali scuole per stranieri del settore no profit che operano nella capitale. La Rete intende, da un lato, sistematizzare i programmi e la metodologia d’insegnamento e, dall’altro, fare in modo che le competenze acquisite dagli studenti vengano riconosciute per il conseguimento della certificazione di conoscenza dell’italiano come seconda lingua. Al pari delle scuole pubbliche o dei CPT che offrono corsi di alfabetizzazione, le scuole aderenti alla Rete vogliono che il loro utile lavoro sia altrettanto riconosciuto, anche attraverso la debita assegnazione di fondi.

Questo è l’aspetto più controverso. Viviamo in un paese in cui i migranti sfiorano i 5 milioni (secondo le più recenti stime dell’Istat nel 2050 rappresenteranno il 20% della popolazione) ed in cui il Ministro per la Cooperazione Riccardi ha parlato recentemente di ius culturae da sostituire allo ius sanguinis per avere accesso alla cittadinanza. Nell’accordo di integrazione per lo straniero che richiede il permesso di soggiorno, in vigore dal marzo 2012, è previsto che lo straniero che entra stipuli un patto con lo Stato in cui si impegna a diventare un buon cittadino. Uno dei requisiti fondamentali per l’integrazione, misurata sulla base di un punteggio accumulato, è proprio la conoscenza della lingua e della cultura italiana. Il problema è che lo Stato riesce a coprire poco e male la richiesta di questo tipo di servizio, lasciando nella maggior parte dei casi un vuoto colmato dall’azione di associazioni di volontariato. Queste ultime si ritrovano così in prima linea arrangiandosi a svolgere un incarico necessario per rendere applicabile ed operativa la legge, pur essendo quasi totalmente prive di fondi destinati a ciò: ed appunto questo il caso della scuola di italiano per migranti di Puzzle, che finora si è sempre autofinanziata grazie al sostegno popolare.

Giulia Lo Giudice

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