Italia / Opinioni

L’informazione come rumore

Il pericolo di un nuovo attentato all’ordine pubblico è stato sventato. La manifestazione del 24 Novembre è stata una vittoria della democrazia: questa, l’attenta analisi del sistema di informazione italiano. Rilegati in secondo piano i contenuti della protesta, che sono stati comunque riportati qua e là, la notizia apparsa sui mass-media è più o meno questa: le pallottole di carta hanno sostituito i sassi; gli scolapasta i caschi.

Certo, scegliere quale sia la notizia, in un mondo ricco di eventi, è sempre un compito arduo (sic!).

Reinterpretare un malessere continentale, che non poteva essere trascurato il 14 di Novembre, in termini di una protesta nazionale, per lo più modellata secondo il contenitore “manifestazione da tenere nei limiti dell’ordine pubblico”, giova soprattutto a chi vuole limitare l’orizzonte dell’informazione.

La potenza di un messaggio che andava oltre i confini nazionali e mostrava la condizione miserevole di una intera generazione europea è stata de-amplificata tramite l’etichetta del buon vecchio “autunno caldo” italiano. Chi è sceso in piazza ieri deve aver capito male quale era la potenza unica degli eventi del 14 Novembre.
E non c’entrano gli scontri, i lacrimogeni o le manganellate, se non come conseguenza del messaggio principale. Quel giorno c’era un’intera Europa in piazza.

Lo sforzo dell’informazione pubblica dovrebbe essere quella di capire perché ed in quale contesto le notizie assumono importanza.
L’attuale orizzonte dell’informazione è limitato e limitante.
Il silenzio mediatico che vige attorno alle politiche dell’Unione Europea, attorno ai significati e le implicazioni di quest’ultime è assordante.
E’ necessario che il giornalismo, le grandi testate e l’informazione in generale riflettano sul loro compito di chiarire le dinamiche politico-sociali del nostro mondo. Al momento l’informazione crea soltanto rumore.

Alla luce di tutto questo, la protesta degli studenti non deve essere interpretata contro il governo Monti in quanto governo nazionale, ma in quanto strumento di una politica europea che trascura l’importanza dell’ investimento sociale nelle strategie di politica economica.

Le politiche nazionali non contano nulla se l’Europa rimane quella che è in questo momento.
Inoltre vi è tutta una dinamica squisitamente politica che percorre le istituzioni europee. Esiste un conflitto tra Parlamento Europeo da un lato, e Commissione Europea e Consiglio Europeo dall’altro, che non trova spazio su nessun giornale italiano.

Altri punti che non trovano risposta nel “marasma” informativo nazionale:
Quali sono i nessi tra il mancato investimento pubblico in ricerca ed educazione a livello nazionale e il contesto istituzionale europeo in cui viviamo?
Perché nessuno (a parte La Stampa e L’Unità) ha menzionato la lettera aperta dell’EIROforum, un partenariato di otto istituti di ricerca europei inter-governativi (tra cui il CERN), al presidente della Commissione Europea José Manuel Barroso, in cui si sottolinea l’importanza dell’investimento pubblico per la ricerca e la crescita?

Piuttosto ieri, secondo l’ormai stereotipato format giornalistico, la notizia è stata più o meno questa: “Mancato accordo sul bilancio pluriennale 2014-2020 da parte dei membri del Consiglio Europeo”.
Peccato che nessuno abbia capito su che cosa si articola questo mancato consenso. Nessuno ha capito quali siano le voci di spesa di questo bilancio.
Accontentiamoci del fatto che Monti avrebbe affermato: “ Non abbiamo accettato un accordo al ribasso!”.
Mistero della parola.

Alexander Damiano Ricci

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