Italia

Un numero per la polizia

Dopo i fatti del 14 novembre, in Italia si torna a discutere dell’introduzione di un codice identificativo per le forze di polizia. Dal punto di vista legislativo, il dibattito è ancora fermo a livello di ipotesi.

Lo confermano le parole del Ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri. In un’intervista rilasciata al quotidiano La Repubblica il 16 novembre, ha affermato: “Guardi, francamente non ho ancora deciso se abbia più ragione chi, con ottimi argomenti, sostiene questo che lei sta dicendo [identificare gli agenti potrebbe contribuire al “rispetto democratico”] o se, al contrario, sia altrettanto fondato il timore degli operatori che temono che questo metterebbe a rischio loro e le loro famiglie. E’ una questione delicata che non si risolve con l’accetta. Intanto, direi di cominciare a fare quello che ho detto. Isoliamo le mele marce, quando le troviamo, e ripaghiamo questi ragazzi che fanno un lavoro complicato, per stipendi modesti, con ciò che meritano. Rispetto e formazione. Formazione professionale e culturale. Io so e continuo a pensare che i nostri poliziotti e carabinieri sono come l’appuntato “Pecorella”, quello che non rispose alla provocazione del militante No Tav in val di Susa”.

La risposta fornisce diversi spunti di riflessione. In primo luogo, identificare gli appartenenti al corpo di polizia non significa darli in pasto a manifestati intenzionati a fare rappresaglie. Si tratterebbe semplicemente di assegnare loro un codice interno, non decifrabile dall’esterno, per verificarne il corretto comportamento. Le generalità dell’operatore resterebbero segrete, annullando ogni possibilità di ritorsione. Una misura di questo genere non minerebbe la serietà delle persone che, pur avendo uno stipendio basso, svolgono il proprio lavoro con coscienza, esponendosi a situazioni rischiose. Diventerebbe però cruciale per agire contro le mele marce, chiudendo finalmente il capitolo dei fascicoli aperti “contro ignoti”. Da Genova in poi, l’identificazione difficile, talvolta impossibile, degli elementi violenti all’interno delle forze dell’ordine ha lasciato troppe vittime senza il giusto risarcimento.Lo svolgimento e l’esito dei processi hanno scosso l’opinione pubblica e una conseguente ondata di discredito ha colpito indistintamente tutti i corpi di polizia. Progressivamente, la paura e la diffidenza hanno prevalso sul senso di sicurezza e protezione. Si è creata così una frattura profonda, che si percepisce chiaramente durante le manifestazioni di piazza. Una misura preventiva come quella proposta da un lato inietterebbe fiducia nella società civile, abbassando i toni di rapporto tesissimo con le forze dell’ordine; dall’altro, permetterebbe la rapida identificazione dei colpevoli, qualora presenti, abbreviando l’iter della giustizia e togliendo un’onta che si riversa ingiustamente su tutti gli operatori.

Il Ministro Cancellieri parla genericamente della necessità di aumentare rispetto e formazione. Le manifestazioni, per la loro natura collettiva ed episodica, presentano un problema difficilmente risolvibile. Le persone si riuniscono in gruppi e sfilano insieme senza conoscersi. Sul momento, si inseriscono nel corteo delle schegge impazzite intenzionate solo a fare danni che vengono poi isolate, per quanto possibile, dagli altri pacifici manifestanti. Ogni intervento preventivo su queste minoranze violente mirato a introdurre una cultura del rispetto risulterebbe assolutamente inutile. Al contrario, i reparti delle forze dell’ordine sono continuamente in contatto tra loro e quindi è lì che, grazie a un lavoro di formazione sugli elementi più a rischio, è possibile ottenere dei risultati concreti. Una legge in materia ridurrebbe il divario italiano rispetto ad altri paesi come la Germania e il Regno Unito, che hanno da tempo introdotto questo tipo di misure. Dopo tre tentativi falliti, un’ulteriore proposta di legge è stata presentata ad aprile dal MoVimento Cinque Stelle. Al contempo, anche l’opinione pubblica si è mobilitata. Il 6 ottobre scorso, il sito web ilcorsaro.it ha lanciato una petizione popolare online per promuovere l’identificativo dei poliziotti, che fino ad ora ha raccolto oltre 11 mila firme. Forse, l’impegno congiunto di partiti e società civile porterà il governo a cambiare prospettiva sul tema in questione.

Valeria Cipollone

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