Italia / Opinioni

Gli ultras dell’informazione

La stampa italiana non sa più riconoscere le differenze tra tifosi e teppisti. La frenesia dello scoop, del titolo accattivante e delle facili polemiche ha da tempo contagiato il mondo dell’informazione. L’atteggiamento della maggioranza delle testate giornalistiche, nei confronti dell’ attacco ai danni di alcuni tifosi della squadra londinese del Tottenham in un pub di Roma, ne è un triste esempio.

La facilità e la rapidità con cui si è accreditato al tifo biancoceleste il violento assalto di Campo de’ Fiori sono sconcertanti. L’ ultras senza colore diventa un povero teppista, un delinquente qualunque, cibo scadente da dare in pasto a lettori affamati. Il tifoso deve essere laziale, romanista o juventino. Senza tinta e senza fede calcistica l’ultras non è niente agli occhi della stampa.

Il fatto violento è la notizia, l’analisi è assente, la conclusione semplice. Sbatti il mostro in prima pagina. Fai di tutta l’erba un fascio. In secondo piano le circostanze si dissolvono, le testimonianze non contano, l’arrivo della polizia dopo mezz’ora da quando è stato dato l’allarme, nella centrale e caldissima piazza di Campo de Fiori, è irrilevante.

La concentrazione di chi legge è tutta sul colpevole. Non presunto. Non dieci, non trenta. Nei titoli non si ha spazio per i numeri. Il condizionale, nelle redazioni è passato di moda. Una ventina di teppisti, probabilmente vicini all’ ambiente del tifo violento laziale sono diventati tifosi laziali che aggrediscono un gruppo di sostenitori del Tottenham.

Internet in questo vortice è un’arma a doppio taglio. Le notizie corrono più della carta stampata e sugli articoli in rete è facile raddrizzare il tiro. Da un gruppo di laziali emergono due tifosi romanisti fermati. Gli errori dovuti alla fretta e all’ incuria per la notizia scompaiono con un click. Ma qualcosa di indelebile resta. I giornali nella marea d’informazione vomitata ai ritmi moderni non possono controllare tutto. Tracce rimangono in rete. 

Il giorno dopo neanche una nota di scusa, né verso i confronti delle migliaia di tifosi che con quei titoli sono stati indistintamente paragonati a dei teppisti né verso i confronti dei lettori. Le parole nel giornalismo contano. L’errore non è stato aggiustato. Da laziali a romanisti ( anche se non è escluso il coinvolgimento di violenti vicini alle frange più estremiste del tifo laziale). Il colore è padrone. Il colpevole deve avere una provenienza calcistica altrimenti di cosa parlano i patiti di questo sport al bar?

La matassa si complica. I tifosi inglesi accusano sui social network gli agenti della polizia italiana: “ Presi a manganellate per farci uscire dai bar e farci salire sugli autobus”. Durante il match di Europa League di ieri tra Lazio e Tottenham sembra che un gruppo di spettatori abbia intonato un coro al grido di “Juden Tottenham” che ricorderebbe in modo dispregiativo le radici ebraiche del club. Giancarlo Abete, presidente della Figc, ha scritto frettolosamente al suo omonimo inglese scusandosi dell’agguato razzista e antisemita: “è stato indiscutibilmente questo il movente di un’aggressione che non corrisponde alla tradizione di ospitalità e di accoglienza della città di Roma“. Ma le indagini non danno conferme. Per ora l’antisemitismo resta, in questa faccenda, un argomento per le polemiche politiche. Eccessivo parlare di movente indiscusso. 

Nuovi spunti e letture si affacciano sulla stampa. Un’interessante analisi di Carlo Bonini su Repubblica di oggi spiega il probabile equivoco degli assaltatori, che potrebbero aver confuso i tifosi del Tottenham (senza sciarpe e magliette che li identificassero) con quelli del West Ham, squadra in cui ha militato l’ex laziale Paolo di Canio. I condizionali sono molti, le chiavi di lettura differenti. Il pezzo conclude: Vedremo dove porterà davvero questa storia.

Il giornalismo, invece, non sa che strada prendere. La mentalità ultras si nasconde anche nel mondo delle notizie: gridare senza informare, scrivere senza pensare. Un po’ più di prudenza e professionalità non guasterebbe.

Giulio Ciavarella 

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