Italia / Società - Economia

Ilva: primo no al dissequestro degli impianti. E intanto Taranto trema

È braccio di ferro tra la Procura di Taranto e l’Ilva: l’istanza di dissequestro degli impianti dell’area a caldo, presentata lunedì dal presidente del siderurgico, Bruno Ferrante, e dal legale Marco De Luca, è stata giudicata con parere negativo dalla magistratura. In settimana si attende il responso definitivo da parte del Gip, Patrizia Todisco.

L’azienda aveva formulato la richiesta  facendo leva su due diversi fronti: in primis la necessità di togliere i sigilli agli impianti sotto sequestro per poter avere accesso al credito e di conseguenza ottemperare gli obblighi imposti dall’Aia (Autorizzazione ambientale integrata); in secondo luogo l’infondatezza di una misura cautelare così pesante, sostenuta sia dal rilascio stesso dell’Aia da parte del Ministero (“sufficiente a inibire ogni ipotetico giudizio di permanenza del presunto pericolo di aggravamento o protrazione delle conseguenze dei reati contestati”), sia da controperizie e articoli scientifici che l’azienda ha allegato all’istanza.

Ma a scatenare numerose polemiche è stato uno dei passaggi cruciali dell’istanza: “L’ovvia insostenibilità economico-finanziaria delle condizioni di esercizio condurrebbe inevitabilmente alla definitiva cessazione dell’attività produttiva e alla chiusura del polo produttivo”. Un’affermazione che in molti hanno giudicato ricattatoria nei confronti della magistratura e che ha fatto tremare, ancora una volta, il fragile equilibrio che, a singhiozzo, tiene in vita il tessuto sociale della città. “Una doccia fredda”, è stato il commento a caldo di alcuni operai, il cui destino è beffardamente incerto due volte: chi lavora negli altiforni, nelle cokerie, chi vive a Tamburi sa bene cosa rischia, sa di essere il dato vivo di statistiche che parlano di un malato di tumore per famiglia, eppure appare inaccettabile morire di disoccupazione, della piaga che oggi non risparmia nemmeno il ricco settentrione e che a Taranto è divenuta la minaccia grazie alla quale svendere la salute e la dignità di operai da 1000 euro al mese.

È dal 26 Luglio scorso – data in cui il Gip Patrizia Todisco ha posto i sigilli agli impianti ritenuti inquinanti – che Taranto vive sospesa, percossa dall’estenuante guerra tra l’azienda e la magistratura, tra operai e operai: l’Ilva è una città nella città, ed è, da sempre, il primo vero ammortizzatore sociale del capoluogo pugliese. Soffermarsi sul famigerato binomio lavoro – salute sembra non bastare più: che conseguenze avrà l’applicazione delle direttive Aia? Cosa potrebbe accadere se venisse confermato il sequestro degli impianti? Quale sarà il ruolo del Governo nelle prossime fasi della vicenda? Oltre alle sacrosante regole imposte al siderurgico, esiste o esisterà mai un nuovo piano di sviluppo che restituisca valore e dignità a Taranto, a quella vecchia signora spenta e ingrigita, un po’ ricurva su se stessa, che ora rivendica il diritto ad una vita migliore?

 Valentina Leone

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