Succede nel Mondo

Nello scontro tra Hamas e Israele vince Morsi

Insperata arriva la tregua tra Gaza e Hamas. Dalle 21 ora locale, le 20 ora italiana, è entrato in vigore il cessate il fuoco. Ad annunciarlo qualche ora prima, il ministro degli Esteri egiziano, Mohamed Kamel Amr, insieme al Segretario di Stato Usa, Hillary Clinton, nel corso di una conferenza stampa al Cairo.

L’accordo giunge all’ottavo giorno di scontri tra le due parti, nei quali hanno perso la vita oltre 140 palestinesi e cinque israeliani. Determinante la pressione della diplomazia internazionale su Israele, Hamas e Jihad palestinese.

L’annuncio arriva al termine dell’incontro di Hillary Clinton con Mohammed Morsi. Un’incontro risolutivo dopo le interminabili trattative condotte dai mediatori egiziani, che sembravano essere state definitivamente vanificate dall’attentato che in giornata ha provocato l’esplosione di un autobus a Tel Aviv.

In cambio della sospensione di ogni attività militare israeliana, Hamas e le altre fazioni palestinesi dovranno cessare del tutto i lanci di razzi. Se l’accordo reggerà, dopo 24 ore Israele si impegna a riaprire i valichi della Striscia di Gaza per consentire il passaggio di uomini e merci.

Nethanayu ha acconsentito a dare una possibilità alla proposta egiziana, ma ha anche avvertito che in caso di fallimento del cessate il fuoco, metterà in campo «una forza maggiore».

Il pericolo escalation sembra quindi scampato, almeno per ora. L’accordo c’è. Anche se è stato un’accordo sudato, a causa delle titubanze d’Israele. Nethanyau, che all’inzio dell’operazione Pillar of Defence non aveva calcolato bene le conseguenze in un Medio Oriente molto diverso rispetto al 2009, si è probabilmente reso conto di non poter tentare un altro colpo di mano come quello dell’operazione Piombo Fuso, anche considerando il crescente isolamento internazionale del suo governo. Tentennando su una tregua che ieri mattina era data per assodata, aveva probabilmente lo scopo di ottenere condizioni che rendessero meno palese la sconfitta politica, che Tel Aviv – volente o nolente – deve registrare. La mediazione americana, gli occhi del premier, oltre a  rappresentare una garanzia ulteriore per Israele, da anche la possibilità di non regalare interamente il merito della tregua a Morsi.

Hillary Clinton, ieri da Gerusalemme ha lodato “la leadership personale di Morsi” e il “ruolo fondamentale e costruttivo dell’Egitto” nella gestione della crisi. Scegliendo saggiamente di giocare il ruolo di mediatore, il Presidente egiziano è uscito vincitore da una situazione in cui ha saputo tenere a freno le tentazioni di mostrare il pugno duro con Israele, tenendo testa alla pressione di un’opinione pubblica tradizionalmente anti-israeliana e a quella dei Fratelli Musulmani, la forza politica a cui deve la presidenza e che era pronta a correre in soccorso dei “fratelli palestinesi”.

E’ innegabile che quello del Capo di Stato egiziano è un astro in rapida ascesa. Morsi potrebbe sfruttare la sua posizione attuale per rilanciare l’economia e la politica estera nazionale, nonché per far conquistare all’Egitto il ruolo di potenza leader in una Regione, il Medio Oriente, in cui gli equilibri continuano a cambiare a ritmo convulso, e in cui il primato sul mondo islamico e la supremazia regionale, sono la ghiotta posta in gioco.

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