Reportage dal basso

Mestieri (quasi) perduti


Per catturare uno scorcio nuovo di Roma basta camminare per le strade di sempre sbirciando oltre le porte semichiuse
. Le vie degli artigiani sono vicoli intricati nel centro della Capitale, fatte di sampietrini e nomi evocativi di una città d’altri tempi: Via dei Chiavari, Via dei Coronari, Via dei Cappellai, Via dei Baullari. Il ricordo di antichi mestieri rimane scolpito su una targa in marmo all’inizio della strada e fa ricordare la Roma medievale che concentrava in stradine poco distanti tra loro, tutta la sapienza di Corporazioni e Confraternite specializzate nell’arte manuale.

Oggi tanti degli antichi mestieri sono scomparsi, soppiantati dall’era del touch, dove le mani non si usano per creare ma per “googlare” o “messaggiare”. Ma l’artigianato non è ancora del tutto perduto e passeggiando per quelle suggestive vie del centro si trovano ancora alcuni sopravvissuti. Le loro botteghe non sono più concentrate per mestiere nelle stesse strade – le leggi di mercato e la concorrenza di oggi non lo permetterebbero – così camminando lungo via dei coronari si incontrano un restauratore, un tappetaio siriano, un fabbro.

Kouki è al numero 213. È seduto al suo tavolino di lavoro e intreccia i fili colorati che alla fine diventeranno un bel tappeto siriano. Entrare nella sua bottega è come visitare una galleria d’arte. Sono appesi alle pareti come quadri, stesi per terra e ammucchiati all’angolo uno sopra l’altro. “I musulmani non possono disegnare forme umane o animali – spiega Kouki – per questo riproduciamo solo elementi decorativi”. Gli arabeschi sono la lingua dell’arte islamica: si trovano in moschee, palazzi oltre che sui bei tappeti di Kouki. Ma con l’arte, e l’artigianato, è difficile mettere da parte un po’ di soldi e con la sua bottega non riuscirebbe a vivere solo di vendite. I suoi lavori sono molto apprezzati ma non basta, e così tra una tessitura e l’altra offre anche servizi di lavaggio e riparazione.

Da quando ci hanno messo in testa questa storia del consumismo – spiega concitato Stefanoer cestaro’ – il nostro mestiere è stato relegato da tutti a un ruolo di serie B. È un fatto di cultura”. La Sua bottega è in Via del Teatro Valle. Il negozio è piccolo e il passaggio è uno stretto corridoio ricavato tra le sedie, i cestini e i mobili in legno. Stefano lavora quasi dodici ore al giorno, leviga, scartavetra, dipinge e intaglia. I suoi lavori sono per i clienti più svariati, dalla nobile di Spagna al negozio di fiori poco lontano dalla bottega. Ma ‘er cestaro non vuole che i figli seguano le sue orme perché la loro vita sarebbe troppo sacrificata. “Il mio mestiere morirà con me”, conclude, e spegne a terra un’altra sigaretta. Lasciando alle spalle l’odore di segatura misto a quello di fumo continua la passeggiata tra le strade dei mestieri dimenticati.

In via dei Chiavari 39 c’è una bottega di lavorazione di cuoio e pelle, il negozio e il laboratorio sono uno a fianco all’altro. Seduta alla macchina da cucire c’è Elisa, una ragazza giovane. È “figlia d’arte”, il padre ha avviato per primo la bottega e ha tramandato a lei il mestiere. Si guarda intorno con orgoglio quando parla della qualità delle loro creazioni. Soprattutto borse: grandi e piccole, multicolori o tinta unita, con o senza tracolla. E ancora portafogli, portadocumenti, portaocchiali. Le vendite vanno abbastanza bene ma sono soprattutto i turisti a comprare, molti si ricordano di loro anche a distanza di anni e tornano per fare nuovi acquisti. Proprio mentre racconta entra un gruppetto di americani, si guardano attorno, chiedono consigli e scelgono il loro capo “made in Italy”.

Elisa ha intrapreso il mestiere quasi dimenticato del padre, ma non è la sola. Tra gli altri c’è anche Enrico, il figlio di Aldo l’orologiaio in Via del Clementino, che parla dell’evidente trascuratezza culturale nei confronti del suo lavoro. Nella loro bottega ci si perde tra il ticchettio degli orologi, i rintocchi delle campane e gli ingranaggi che girano. “A me piace moltissimo il mio mestiere – confida Enrico – ma mi rendo conto che la cultura di oggi non tenta minimamente di mostrare le attrattive dell’artigianato”. Le sue parole fanno riflettere, sul presente e il futuro di una tradizione passata. Con Aldo e Enrico il tempo sembra essere trascorso più velocemente.

Lasciando Via del Clementino, la passeggiata continua, attraversando le principali attrazioni turistiche. Ci sono uomini travestiti da gladiatori e cocchieri che guidano cavalli attaccati alle carrozzelle, aspettando che un turista scatti con loro una foto o chieda di fare un giro. Tornano in mente tutte quelle mani che hanno lavorato attraverso il tempo, e oggi quei gladiatori in posa per una fotografia sembrano ancora più artificiali del solito.

Elena Risi

One thought on “Mestieri (quasi) perduti

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