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Caos europeo sul diritto all’aborto

La legislazione europea in materia di aborto è un coacervo di principi e norme non unificati e, perciò, si presta difficilmente a generalizzazioni. Non esiste un insieme di linee guida a livello comunitario: ogni paese membro è libero di plasmare la sua legislazione sulle convinzioni etiche della maggioranza dei propri cittadini. Nel 2011, però, un’ondata conservatrice ha travolto l’Europa. In molti paesi le forze politiche di destra hanno avanzato proposte di legge volte a rendere la legislazione sull’aborto più restrittiva. In Polonia, ad esempio, è stato presentato un disegno di legge per criminalizzare l’aborto. In Spagna il partito popolare ha fatto pressioni per rendere illegale l’aborto nel caso in cui il feto non sia sano e per richiedere il consenso dei genitori quando ad abortire siano ragazze di 16 e 17 anni. In Russia, infine, il governo ha proposto di introdurre l’obbligo di ottenere il consenso del marito nel caso in cui una donna sposata voglia terminare una gravidanza.

Tra la norma giuridica e la sua applicazione esiste spesso un forte divario. Non sempre a una legislazione non restrittiva corrisponde una realtà in cui l’accesso al servizio è efficiente e senza ostacoli. Infatti, in molti paesi, anche se abortire è legale, il problema dello stigma sociale è ancora molto forte. Perciò le donne che ricorrono all’interruzione di gravidanza sono costrette a confrontarsi con un ambiente spesso ostile, soprattutto all’interno delle strutture sanitarie. Ne conseguono difficoltà e complicazioni a livello psicologico che possono incidere sulla salute mentale della paziente, già fortemente provata dallo stress legato all’operazione.

Nella maggior parte dei paesi dell’Unione una donna può abortire durante le prime 12 settimane di gestazione. Fanno eccezione Portogallo, Slovenia e Irlanda dove il limite di tempo è di 10 settimane. Nella maggior parte dei casi l’aborto è un servizio disponibile su richiesta della donna. In base ad alcune legislazioni nazionali però, affinché venga praticato legalmente, debbono sussistere alcune condizioni relative alla sua salute mentale e fisica o alla situazione socio-economica. Oggi l’aborto chirurgico è affiancato da quello farmacologico. La pillola abortiva RU – 486 è stata commercializzata in quasi tutto il vecchio continente seppur con tempi diversi. La Francia ha fatto da apripista nel 1988, seguita da Gran Bretagna (1990), Spagna (1994) e Germania (1999). In Italia l’Agenzia per il farmaco ha dato il via libera nel 2009. In Irlanda, Polonia e Lituania la RU-486 risulta ancora non commerciabile. Inoltre, ogni Paese in cui l’aborto farmacologico è legale ha delle regole e delle scadenze precise. La pillola può infatti essere assunta entro un certo periodo di tempo, calcolato in settimane, che varia da nazione a nazione.

L’Irlanda, insieme a Malta, Polonia e Andorra, ha la legislazione più restrittiva d’Europa in materia di interruzione di gravidanza. In base ad una riforma del 1995, oggi una donna irlandese può viaggiare in un altro Stato europeo per interrompere una gravidanza indesiderata e può ottenere informazioni sull’interruzione di gravidanza all’estero. Il viaggio costa in media tra gli 800 e i 1200 euro. Ogni anno 6000 donne fuggono dall’isola e si recano in Gran Bretagna per interrompere gravidanze indesiderate. Sul territorio irlandese invece la legislazione è molto restrittiva: l’aborto è legale solo nel caso in cui la gravidanza comporti un grave rischio per la salute fisica e mentale della donna, ad esempio per scongiurare l’eventualità di un suicidio. Tuttavia, trovare un medico disposto a praticare un’interruzione di gravidanza è quasi impossibile a causa della severità della legislazione.

Secondo il Transnational Family Research Institute, in Europa 2 donne su 3 hanno un’interruzione di gravidanza prima di raggiungere la menopausa. I paesi con il tasso di aborti più basso sono Olanda e Svezia. Storicamente, l’Unione Sovietica è stato la prima a legalizzare l’aborto in Europa nel 1920, seppur solo temporaneamente. Più tardi nel secondo dopoguerra, i paesi del blocco socialista hanno aperto la strada , seguiti dall’Europa occidentale tra il 1967 e il 1990.

Valentina Marconi

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