Succede nel Mondo

La scomparsa del lago d’Aral, una catastrofe annunciata

C’era una volta un lago. Un lago talmente vasto da sembrare un mare. Una specie di miracolo in una terra ostile, arida, vuota. C’era una volta un lago. Adesso non esiste più. Il deserto avanza nel bacino prosciugato del lago d’Aral, lasciando intravedere i resti di un passato così lontano dalla realtà da sembrare fiabesco: vecchi mercantili corrosi dal sale, attrezzature portuali in decadenza, città fantasma spazzate dalle tempeste di sabbia. Una specie di incubo, costruito pezzo dopo pezzo dall’uomo. Nell’indifferenza generale.

Eppure le prime avvisaglie della catastrofe si erano già avute negli anni 50 allorché il costante abbassamento del livello del lago divenne una realtà con la quale fare i conti. Erano però i tempi della pianificazione agricola, dei piani faraonici, delle quote da raggiungere a tutti i costi ed in pochi si resero conto della bomba ecologica che covava nelle sperdute repubbliche sovietiche del Kazakhstan e dell’Uzbekistan. L’estensione del lago diminuiva di anno in anno? I pescatori lamentavano una massiccia moria di pesci? Le navi si incagliavano? Poco male. C’erano cose ben più importanti da architettare: nello specifico colture intensive di cotone e riso, capaci di risollevare le esportazioni e di dare lavoro a milioni di contadini dell’Asia centrale.

Non è un mistero che degrado ambientale e inquinamento siano da sempre stati due concetti estranei alla politica sovietica. Già negli anni 80 i fiumi Amu Darya (1450 km) e Syr Daya (2212 km), immissari del lago, risultavano praticamente prosciugati a causa della costruzione di un’enorme rete di canali. In compenso quello che era stato uno dei bacini idrici più vasti del mondo, con i suoi 68mila kmq, cominciò a ricevere le “visite” di due ospiti fino ad allora sconosciuti: l’evaporazione massiccia e le tempeste di sabbia frammista a pesticidi. Risultati? Crollo dell’economia della zona, diffusione di malattie (in particolare itterizia), emigrazione di massa.

Attualmente il lago è ormai ridotto al 10% della sua dimensione originaria, frazionato in specchi d’acqua privi di alimentazione. Delle 180 specie animali che popolavano la zona ne sopravvivono meno di quaranta e oltre l’80% delle specie ittiche è scomparso. Intere città sono state abbandonate, interi ecosistemi distrutti, interi settori produttivi (come quello della pesca) annientati.

Nell’aprile 2010 anche il segretario dell’Onu Ban Ki-moon si è interessato alla questione. “E’ chiaramente uno dei peggiori disastri ambientali del mondo. Sono scioccato” – ha commentato al termine di un sorvolo del bacino in elicottero. Scontato anche il suo invito ai governanti dei paesi interessati a mettere da parte gli attriti ed a collaborare per trovare una soluzione.

D’altronde per potersi compiere, un disastro di simili proporzioni ha avuto bisogno di alcuni “referenti politici”. Una volta membri della burocrazia sovietica, oggi autorevoli esponenti delle repubbliche indipendenti che hanno preso il posto dell’URSS  nell’Asia centrale. Difficile se non improponibile rinunciare ai proventi della coltivazione del cotone in Uzbekistan, Tagikistan, Turkmenistan, Kirghizistan, i paesi attraversati dall’Amu Daya e dal Syr Darya. Senza contare la scoperta di giacimenti di gas naturale nell’antico letto (ormai prosciugato e ricoperto da una spessa coltre di sale) dell’Aral.

E’ proprio grazie ai soldi delle compagnie petrolifere (Lukoil, Petronas, Uzneknefetgazm e China National Petroleum Company) che le tensioni geopolitiche e le legittime proteste degli abitanti delle ex zone costiere sono passate in sordina. Tuttavia alla catastrofe ecologica potrebbe presto affiancarsi quella sanitaria. Non parliamo solo delle tonnellate di pesticidi e diserbanti che stanno avvelenando l’area, ma anche della misteriosa base militare di Vozroždenie, una volta situata al centro del lago. Il sospetto, confermato dai primi rilevamenti scientifici, è che per anni siano stati sversati nel bacino rifiuti tossici. Rifiuti che adesso, con il ritiro delle acque, stanno riemergendo.

Soluzioni? Poche, se non inesistenti. Alcuni progetti rasentano la fantascienza (ad esempio deviare i corsi dell’Ob, del Volga o dell’Irtys), altri non sono economicamente convenienti (sostituire la monocoltura di cotone con altre che richiedono minor consumo idrico). E allora? Bisogna arrendersi all’esistente? In un certo senso sì. Al più si possono limitare i danni. In questa direzione va letta la decisione del Kazakhstan che nel 2005, con l’aiuto della Banca Mondiale, ha realizzato una diga nella parte superiore del vecchio bacino (oggi chiamata “Piccolo Aral”). Un’opera che certifica la morte del lago originario con il beneplacito del governo uzbeko ormai rassegnato alla scomparsa del “Grande Aral”. Non a caso Tashkent ha optato piuttosto per un’opera di rimboschimento del deserto tramite l’introduzione di arbusti (i cosiddetti “alberi del sale”), capaci di resistere a condizioni estreme e di attenuare la forza delle famigerate tempeste di sabbia tossica.

“La storia insegna ma non ha scolari” – scriveva Antonio Gramsci. Dalle enormi dighe cinesi al disastro del Rio Grande negli Stati Uniti; dall’inquinamento del delta del Niger al Mar Caspio, la domanda che si impone è sempre la stessa: fino a che punto può spingersi l’uomo?

Benedetto Antuono

One thought on “La scomparsa del lago d’Aral, una catastrofe annunciata

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