Succede nel Mondo

La Repubblica delle donne

«La famiglia è una società in piccolo e le madri sono leader per definizione. Il merito della nostra dirigenza politica è averci dato la possibilità di dimostrarlo: oggi ricopriamo il 30% dei seggi in Parlamento». Potrebbero essere le parole di una femminista scandinava. Ma fuori dalla sede del Parlamento in cui c’è l’ufficio di Fala Mohamed, non ci sono le foreste di betulle o le tipiche casupole di legno con i tetti spioventi del nord Europa, ma un’insieme geometrico e scomposto di tende e baracche, in mezzo alla distesa polverosa color ocra dell’Hammada, conosciuta come “il giardino del diavolo”, la parte più inospitale del deserto del Sahara. «Prima eravamo buone solo per fare figli. La guerra ci ha cambiate. Abbiamo dovuto assumerci responsabilità enormi e riempire il vuoto lasciato dagli uomini che combattevano per la liberazione della nostra patria», continua in uno spagnolo perfetto la giovanissima rappresentante delle politiche per la gioventù della Repubblica Democratica Araba dei Saharawi (Rasd).

Insegnanti, dottoresse, politiche, ingegneri e imprenditrici. Le donne del Sahara Occidentale hanno oltrepassato la frontiera della segregazione socio-religiosa fondata sulla differenza di genere e sono tra le donne più libere del mondo musulmano. Mantengono intatte le tradizioni, la memoria e la cultura del loro popolo, gestiscono i bisogni più elementari della famiglia e della collettività, educano le generazioni del futuro (hanno portato il livello di alfabetizzazione al 95%, il più alto in tutta l’Africa) e partecipano attivamente ad un’esperienza politica e sociale sui generis: la costituzione di uno Stato in esilio.

A Tinduf, in una fetta di deserto pietroso del sud-ovest algerino, dove il cielo sembra pesare troppo su di una terra in cui non cresce nulla perché troppo salata, dove le temperature d’estate sfiorano i 50° e nelle abitazioni di fango non c’è acqua corrente né elettricità, le saharawi lavorano per tenere viva e unita una comunità che da 37 anni aspetta di tornare a casa. Nel 1975, infatti, la Spagna decise di ritirarsi dalla sua colonia del Sahara Spagnolo. Quello che oggi è il più grande territorio non indipendente del mondo, ricco di fosfati, giacimenti off-shore e coste pescosissime, divenne allora una ghiottissima torta che Marocco e Mauritania non esitarono a spartirsi, in barba a ogni diritto di autodeterminazione dei saharawi. Quando iniziò l’occupazione, circa 160 mila profughi trovarono rifugio in 5 campi in Algeria, dove vivono da allora completamente dipendenti dagli aiuti internazionali.

Il volto ricoperto di sbeda, la crema blu contro il sole. Mani e piedi delicatamente dipinti di henné. Le donne della “gente del deserto” – questa la traduzione letterale di saharawi -,  sono vestite con vivacissimi colori che contrastano con l’aridità polverosa di questo posto. In un luogo in cui “praticità” e “essenzialità” sono parole che non si dimenticano mai, non si fanno mancare qualche vezzosità e si coprono spesso le mani con i guanti affinché il forte sole del deserto non le renda troppo scure. I loro abiti, le melfe, altro non sono che un lungo drappo avvolto lungo il corpo senza tagli né cuciture, che le rende femminili e flessuose.

Hanno in media di 5 figli e svolgono la maggior parte dei lavori. Sui banchi della scuola professionale multidisciplinare “27 febbraio” però, accanto alla fabbricazione di tappeti e alla realizzazione di ceramiche, imparano le lingue, studiano informatica, pedagogia, medicina. Molte di loro vanno in Algeria, Spagna, Cuba, ex Unione Sovietica, Libano, per specializzarsi e prepararsi a diventare la classe dirigente del Sahara Occidentale che sarà.

Le saharawi rappresentano l’ossatura della società e il loro peso decisionale si specchia nel numero di seggi rosa nel Parlamento della Rasd: 18 su 52. Nella wilaya di El-Ayoun ci sono 4 consigliere su 18 membri dell’assise provinciale, mentre sono 3 le donne tra le fila della direzione politica del Polisario, il movimento di resistenza armata che combatte per la liberazione del Paese. Viene quasi voglia di cercare il trucco. O almeno, di chiedersi come sia possibile che da noi servano leggi ad hoc per avere un risultato simile.

«In questo posto quello che non manca sono i bambini e la polvere», dice Sukaina. Mentre fuori impazza una delle tante tempeste di sabbia, al sicuro della tenta compie religiosamente il rito del thè della gente del deserto, versandolo in tre bicchierini: «il primo è amaro come la vita, il secondo è dolce come l’amore… il terzo è soave, come la morte». Ha 4 figli, un primo marito perso in guerra ed è divorziata due volte. Mentre parla i suoi occhi guardano nel vuoto, oltre i 2500 km di muro di sabbia, rocce, filo spinato e mine costruito da Rabat per delimitare il territorio occupato. Verso il Sahara Occidentale, dove c’è l’oceano con la sua brezza, uliveti, vigneti, campi di grano e profumatissimi giardini in fiore. Come le sue compatriote, prova a condurre una vita “normale”, con il pensiero fisso sulla transitorietà dell’attuale situazione e spera, aspettando di potersi pronunciare nel referendum per l’autodeterminazione previsto dalle numerose risoluzioni ONU e rinviato di anno in anno sine die dal ‘75. «Presto ci lasceranno votare – sussurra – e finalmente torneremo a casa. Inshallah».

Veronica Pontecorvo

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