Succede nel Mondo

Torna la guerra a Gaza. L’operazione Pillar of Defence rischia di incendiare il Grande Medio Oriente

E’ di nuovo guerra tra Hamas e Israele. Dopo il raid aereo di ieri dell’Israel Defense Force che ha ucciso il capo militare di Hamas Ahmed Jaabari, è iniziato il drammatico botta e risposta tra israeliani e palestinesi: in 24 ore già sono 15 morti e decine i feriti registrati a Gaza e tre vittime nel sud di Israele. Dopo che per tutta la notte i raid Israeliani hanno martellano in lungo e in largo la Striscia, dal territorio palestinese sono partiti circa 200 razzi di fabbricazione iraniana. Due sono caduti nei pressi di Tel Aviv, colpita per la prima volta dal 1991. Il premier, Benjamin Netanyahu, ha affermato che “Israele farà di tutto per difendere la sua popolazione”, e che prenderà in considerazione tutte le opzioni militari, compresa un’invasione terrestre di Gaza. L’operazione militare “Pillar of Defense” – Colonna della Difesa -, il cui duplice obiettivo è proteggere i civili israeliani e sradicare le infrastrutture terroristiche di Gaza, sembra solo all’inizio e cade con un tempismo perfetto. Perché arriva all’indomani delle elezioni Usa, quando mancano due mesi a quelle israeliane e prima che Abu Mazen chieda all’Onu di riconoscere la Palestina come Stato non membro.

Israele mostra i muscoli per mantenere la sua capacità di deterrenza e anche perché l’opinione pubblica israeliana è profondamente divisa. Per mantenere intatta la sua credibilità e avere la meglio sulla sinistra sionista, il governo Netanyahu ha scelto il terreno della sicurezza e non importa se la reazione è sopra le linee.

Mentre la diplomazia arranca – il Consiglio di sicurezza dell’Onu, convocato d’urgenza, non ha prodotto altro che una condanna della violenza –, appelli per la fine immediata dei combattimenti giungono dalle cancellerie della comunità internazionale, e la Casa Bianca parla di diritto alla difesa di Israele, a Gaza va in scena un copione già visto 4 anni fa. Rispetto all’operazione Piombo Fuso, che a Gaza fece allora più di mille morti però, Netanyahu rischia di fare la fine dell’elefante goffo nel negozio di cristalli mediorientale del dopo primavera araba.

Le rivolte hanno infatti cambiato radicalmente la geografia dei vicini israeliani, mettendo in discussione alleanze consolidate e rivalità gestibili.

Prima di tutto, l’Egitto di Morsi non è certo quello di Mubarak. Il nuovo Presidente mira a far recuperare alla Nazione la posizione di preminenza che aveva sempre avuto nel mondo arabo prima degli accordi di Camp David del 1978. Hamas nasce e si sviluppa come “costola” della Fratellanza musulmana egiziana al potere e Morsi ha posto la questione palestinese in cima alla sua agenda di politica regionale. Il Capo di Stato ha affermato che l’Egitto è schierato “accanto al popolo palestinese per mettere fine all’aggressione israeliana su Gaza“. L’ambasciatore egiziano in Israele è stato richiamato ed è stato riaperto il passaggio di Rafah, unica via di fuga di una guerra senza riparo. Inoltre domani il Primo ministro egiziano si recherà nella Striscia in visita ufficiale.

Sul fronte Nord, Tel Aviv guarda con sospetto ad un dopo Assad in cui sicuramente avrà peso considerevole la componente jihadista dell’opposizione. Spostando lo sguardo alla sempre più lontana Turchia, il quadro non migliora. I rapporti con quello che fino a ieri era uno degli alleati di ferro di Israele, sono oggi molto tesi. Ankara e Il Cairo hanno invece ritrovato una convergenza politica e avviato una promettente, seppur ancora incerta, collaborazione. Una sintonia salutata con favore da Washington, che per la creazione di un solido asse anti-salafita, oggi ha più che mai dell’appoggio dei due Paesi, soprattutto di quello di Erdogan: la Turchia può infatti giocare un ruolo decisivo nella stabilizzazione dei paesi toccati dalle rivolte.

Bisogna considerare poi, che i rapporti tra Obama e Netanyahu non sono mai stati rosei e sebbene il Presidente degli Stati Uniti abbia condannato duramente Hamas, è difficile prevedere che appoggerà fino in fondo Israele. Di certo non è disposto a cedere su un allargamento del conflitto su scala regionale che implichi il coinvolgimento dell’Iran.

Ragionamenti da risiko a parte, c’è da augurarsi che, nel mentre, dalla striscia di Gaza non si inneschi automaticamente un effetto domino capace di incendiare tutto il Grande Medio Oriente.

Veronica Pontecorvo

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