Interviste / Italia

Sfiduciati e senza futuro, in una parola “esodati”

Sfigati. Frustrati. Incazzati. Sospesi. Insicuri. Si potrebbero trovare infiniti sinonimi alla parola “esodati”. Tutti dall’accezione rigorosamente negativa. Nell’Italia guidata dai professori e dai tecnici, nemmeno si riesce a quantificare il loro numero: 350mila? 65mila? 100mila? 400mila? Nessuno lo ha ancora capito. Ma soprattutto nessuno si è sforzato di comprendere che, dietro i numeri, si nascondono delle persone. Vere. Persone per le quali la parola crisi non è solo un termine astratto. Tra questi c’è Alessandro A., 60 anni, ex informatore farmaceutico, 32 anni nella stessa azienda. Due anni fa il licenziamento e la mobilità, accompagnati dalla prospettiva della pensione imminente. Poi solo proclami e tanta incertezza.“Professione” attuale? Disoccupato.

Cosa si prova ad essere un “esodato”?
“Una profonda amarezza. Sentimento che si unisce alla sfiducia nei confronti dello Stato e all’insicurezza per il futuro”.

Che accordi aveva sottoscritto con la sua ex azienda?
“L’accordo che avevo firmato nel 2009, in base alla legge vigente all’epoca, prevedeva il licenziamento da parte della mia azienda per ‘ristrutturazione economica’.  A questo punto sarebbe scattata la mobilità per un periodo di tre anni con il versamento dei contributi previsti. Al termine di questa fase avrei così raggiunto il coefficiente 96 (36 anni di contributi + 60 anni di età ndr) maturando così il diritto alla pensione”.

Ed invece?
“Invece, allo stato attuale, non ho ancora ricevuto la lettera dell’Inps che mi assicura che i patti saranno rispettati. Effettivamente ho maturato il coefficiente 96, ma la riforma del governo ha rimesso tutto in discussione. Già secondo la legge preesistente avrei dovuto attendere quasi un anno dalla fine della mobilità per ottenere la pensione, ma così dovrei aspettare fino a 67 anni. Ecco allora che mi ritrovo a sperare che si apra la cosiddetta “finestra” per ottenere un diritto che era già mio. E lo stesso trattamento è stato riservato a migliaia di lavoratori in tutta Italia, specie nel settore farmaceutico”.

Insomma il governo ha cambiato le carte in tavola?
“Esatto. La cosa che fa imbestialire è che abbiano reso retroattiva la riforma, tradendo il patto che avevo sottoscritto a suo tempo. Io non potevo scegliere se restare a lavoro oppure no. Di fronte ad un licenziamento, soprattutto se mascherato da ‘ristrutturazione aziendale’, il lavoratore è un soggetto debole e può, quando va bene, concordare una via d’uscita ‘soft’. Nel mio caso c’era per fortuna il ‘paracadute’ della mobilità, ma comunque per un tempo limitato. Ci sono persone che non godono nemmeno questo ‘privilegio’…”.

Secondo lei com’è stata gestita la questione ‘esodati’ finora?
“Beh direi sicuramente male. Un governo serio avrebbe dovuto dire: ‘Da oggi in poi si fa così’, non rimangiandosi la parola data. Credo che il principio della ‘retroattività’ sia eticamente scorretto perché penalizza il cittadino e lo lascia indifeso di fronte allo Stato”.

Cosa sta facendo per risolvere il problema?
“A parte tenermi costantemente in contatto con il sindacato, posso fare ben poco. In pratica mi trovo costretto ad aspettare, augurandomi che lo Stato tenga fede ai patti. Se dovesse rispettare l’accordo concluso nel 2009, dovrei andare in pensione alla fine del prossimo anno. Comunque ci tengo a sottolineare che, a prescindere dalla mia situazione personale, bisognerebbe salvaguardare tutti coloro che vengono ormai etichettati con la parola ‘esodati’. Anche questa storia dei conti sbagliati è ridicola… I lavoratori non sono numeri e restare senza lavoro a quasi 60 anni è una sciagura. Garantire forme di assistenza minime dovrebbe essere una priorità. Invece sembra solo che le istituzioni facciano di tutto per ‘fregare’  i cittadini”.

Benedetto Antuono

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