Cultura

Postmoderno, droghe e rock’n roll – “Il tempo è un bastardo”

Disgrega per unire, per far specchiare nel passato attraverso le decine di personaggi che percorrono il romanzo. “Il tempo è un bastardo” di Jennifer Egan si è guadagnato il Pulitzer per la narrativa 2011, sbaragliando gli interrogativi sia della critica che dell’autrice stessa, inizialmente indecisa se classificare la sua opera come romanzo o raccolta di racconti. In un’intervista la Egan ha infatti dichiarato di voler evitare la centralità e di preferire la polifonia, perché ogni pezzo di storia deve essere diverso e guardato da molteplici punti di vista.

Il lettore non potrà fare a meno di immergersi nell’umanità dei personaggi che saltano fuori dalla pagina per diventare un “io” del passato, un amico del presente o un conoscente di cui è rimasto uno sbiadito ricordo. “A visit from the goon squad” – titolo originale di questo romanzo della Egan – ha il coraggio di affrontare una sfera che non ha ancora finito di tratteggiarsi e continua a maturare sotto i nostri occhi: il difficile tessuto delle relazioni sociali e umane al tempo dei social network, della globalizzazione, dei voli low cost. Al tempo di un tempo vissuto unicamente come attimo, a volte come assenza.

La vita di Bennie Salazar, il personaggio principale del romanzo insieme alla sua assistente Sasha, riesce a mantenere i fili delle vite degli altri, uomini e donne a loro correlati gli vorticano intorno e li caricano di senso attraverso le loro incertezze. Una serie di personaggi auto-distruttivi che arrivano nella maggior parte dei casi a soluzioni che non avevano previsto. Cosa riesce a mantenere l’armonia in questo caos apparente? Prima di tutto l’amore per il rock e la musica in generale, poi la condivisione di un’epoca – gli anni ’70 – che per l’America è stata anche scelta di una way of life, uno stile di vita. Il tempo è un bastardo perché li domina, apparentemente è lui a decidere ma la scoperta è che in fondo, nonostante tutto, i protagonisti rimangono gli uomini e le donne, confusi e angosciati ma presenti sulla pagina anche quando non leggi di loro, perché ti chiedi dove siano finiti.

Il romanzo è figlio del postmoderno anche nella struttura. Non c’è linearità e la tirannia del tempo si sprigiona anche attraverso i discontinui salti negli anni. Tredici capitoli per tredici storie quasi auto concluse, molti dei quali precedentemente pubblicati come racconti brevi sulle pagine del The New Yorker e Harper’s. È un’alternanza continua tra flask back e forward, e in questa scelta mai lineare tanto hanno contato per l’autrice le letture dei grandi classici dell’età moderna, Marcel Proust e James Joice. Anche il linguaggio arriva ad una sperimentazione estrema, quando nell’ultimo capitolo Jennifer Egan decide di raccontare il mondo di oggi attraverso il diario segreto di una bambina. Ma niente carta e penna, sulla pagina sono riprodotte solo una serie di slide schematiche, fatte di frasi concise e riassuntive.

“Il tempo è un bastardo” è un romanzo-mondo a cui abbandonarsi, per decifrare quella realtà che continua a sfuggire, per rileggere nero su bianco le proprie forze e debolezze.

Elena Risi

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