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Per Ankara la questione curda non è più rinviabile

Per Ankara la questione curda resta una bomba ad orologeria. La guerra nella vicina Siria e la ripresa delle ostilità con i ribelli curdi, acuiscono la necessità per la Turchia di risolvere il conflitto con il Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) e di avviare un processo di democratizzazione dello Stato.

Lo scontro tra potere centrale e curdi sta diventando sempre più violento: gli oltre 700 morti raggiunti in 14 mesi, rappresentano il numero più alto di vittime degli ultimi 13 anni e l’escalation di attentati terroristici ha sconvolto la Turchia, fino ad arrivare alla sua città più rappresentativa, Istanbul.

Una spina nel fianco per un paese che, definito “l’economia più dinamica del G20 dopo la Cina e l’India”, si avvia a diventare una potenza economica e politica non indifferente nel Mediterraneo e nel Medio Oriente. Assicurare la sicurezza nazionale e la stabilità interna sono quindi obbiettivi primari per il governo di RecepTayyip Erdoğan, come colmare il deficit in materia di diritti umani e democrazia, tallone d’Achille dell’ex impero Ottomano.

La questione della sicurezza interna per Ankara va a braccetto con quella regionale, ed è legata a doppio nodo con la crisi siriana. Già da qualche mese circolano voci insistenti secondo cui gli attacchi da parte delle milizie del Pkk nel sud-est del Paese, siano da ricondurre a una rinnovata alleanza di comodo tra Assad e la guerriglia curda in funzione anti-turca. Inoltre, i ribelli curdi sarebbero già nel pieno controllo delle aree nord-occidentali della Siria (quelle a maggioranza curda a ridosso di Turchia e Iraq). L’ipotesi di un Kurdistan siriano, accanto al già esistente Kurdistan iracheno, sarebbe per Ankara un doppio incubo: oltre a diventare un modello e incentivare la lotta per l’autonomia dei curdi turchi, potrebbe diventare una nuova base da cui il Pkk sarebbe in grado di minacciare la Turchia.

Bisogna inoltre considerare che il Partito sta vivendo un momento di crisi interna molto forte. Sembra infatti che alcune cellule operino autonomamente dalla leadership nascosta nel nord dell’Iraq. Sono i Falchi della libertà del Kurdistan (Tak), un ramo fuorilegge del Pkk che ne ha condannato azioni violente e attentati. Il Tak non è l’unico “cane sciolto”. Ankara si trova a dover fare i conti anche con l’Hezbollah turco: un’organizzazione fondamentalista sunnita armata, che non ha niente a che vedere con il più noto omonimo libanese, mossa da ideali vicini all’islamismo globale di Al-Qaida. Il movimento non ha legami né con il Pkk, né con la lotta per il riconoscimento dei diritti dei curdi, ma mira alla costituzione di un califfato in Turchia. Negli anni ’90 il “Partito di Dio” ha ottenuto un sostegno ufficioso da parte del governo, che sperava di trarne profitto nella sua lotta armata contro il Pkk di Abdullah Öcalan. Dopo la cattura dello storico leader, l’intellighenzia nazionale ha perso completamente il controllo dell’organizzazione.


In una regione in cui equilibri che apparivano consolidati sono ora in discussione, si comprende come Erdoğan si seduto su una polveriera. Per disinnescare la miccia dell’irredentismo curdo, basterebbe un cambiamento d’approccio e andare alle radici dello scontro interno tra curdi e turchi, datate 1923. Alla fine della prima guerra mondiale, il Trattato di Losanna smembrava territorio e popolo curdo tra Turchia, Iraq, Iran e Siria. Nello stesso anno, in ciò che resta dell’Impero ottomano nasceva la Repubblica di Ataturk, basata su un modello di “nazionalismo etnico” che impose la sistematica turchizzazione delle minoranze, compresa quella curda, sebbene fosse consistente e tanto distante per patrimonio sociale, culturale ed etnico dai turchi. Oggi il sud-est della Turchia – corrispondente al Kurdistan turco – ha un reddito pro-capite pari al 40% della media nazionale, un settore industriale ancora molto arretrato e carenti servizi di sanità e istruzione. Spostandosi sul terreno dei diritti umani e civili, la situazione dei curdi resta insostenibile: nonostante le aperture promesse dal Primo ministro, sono ancora privi di rappresentanza politica, in quanto i partiti di matrice curda sono vietati dalla Costituzione nazionale, così come l’uso della lingua madre. Ankara dovrebbe riuscire a cambiare prospettiva e ad inquadrare la questione curda non solo nel novero delle problematiche strategico militari, ma come una questione politica e sociale prima di tutto. Come scrive nell’ultimo rapporto l’International Crisis Group, è necessario: “legiferare sulle richieste di diritti della vasta comunità curda presente in Turchia, includendo l’educazione in lingua-madre, una rappresentanza politica, e una maggiore decentralizzazione. I curdi godrebbero così di piena equità e diritti, decadrebbe il sostegno alla violenza del Pkk e il governo godrebbe di una posizione migliore nei negoziati per il disarmo e la smobilitazione dei ribelli”.

Veronica Pontecorvo

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