Media / Reportage dal basso

Un sabato al ghetto di Roma

Quanto Shabbat si respira ancora nel ghetto ebraico di Roma? Lo Shabbat è una festività ebraica che invita il fedele ad astenersi dal lavorare. Alcune interpretazioni rabbiniche individuano fino a 39 attività proibite. Si tratta del classico giorno del riposo, presente in ogni cultura. Il quartiere oggi ospita diversi ristoranti e botteghe che fanno leva soprattutto sul turismo. L’osservanza dello Shabbat può dare un’indicazione su quanto religioso sia questo quartiere ancora affascinante. Lo Shabbat inizia venerdì al tramonto e termina col tramonto del sabato
Gli abitanti registrati all’anagrafe nel 2009 sono circa 1300, ma non si può capire quanti siano effettivamente di religione ebraica. Mentre un tempo il quartiere era quasi esclusivamente abitato da ebrei, ora non lo è più. Uno spartiacque fondamentale per gli ebrei romani è la tragedia dell’ottobre 1943, quando i nazisti deportano dal ghetto un migliaio di persone. Solo una decina sopravvive e ritorna. Schlomo Venezia, uno dei superstiti, è morto proprio il primo ottobre di quest’anno.

Il ghetto ebraico ha una storia piena di memorie e racconti, molti dei quali dolorosi. La presenza delle comunità ebraiche precede di molto l’istituzione vera e propria del ghetto ebraico nel 1555. Seguono 3 secoli di reclusione, soprusi e povertà. Ma a differenza di altri posti, a Roma gli ebrei non vengono mai espulsi ed il ghetto sarà abolito solo con la breccia di Porta Pia nel 1870. La situazione sanitaria venne allora considerata così grave che si decise di radere al suolo interi edifici, tra cui il Portico d’Ottavia, dove vi era una storica pescheria, e il palazzetto delle cinque scole, espediente per superare il divieto di costruire più di una sinagoga nel quartiere.
Per capire com’era il ghetto prima dell’unità d’Italia bisogna prendere come riferimento via Reginella e via di Sant’Ambrogio. Sono vicoli stretti, in cui i raggi solari non arrivano quasi mai. Da alcune case sporgono ancora i panni appena lavati, di grande interesse soprattutto per turisti e piccioni impenitenti. In particolare in via Reginella vi sono alcuni artigiani, uno dietro l’altro, quasi a farsi compagnia. Tutti rigorosamente chiusi durante lo Shabbat, tranne un paio.
Sparsi nel quartiere vi sono anche numerosi esercizi commerciali di vendita, al dettaglio e all’ingrosso, di tessuti e tendaggi. Molti appartengono ancora a famiglie ebree, le quali portano avanti una tradizione imprenditoriale di generazione in generazione. Alcuni tengono aperto anche sabato, ma non necessariamente per la crisi economica. L’interpretazione religiosa varia anche nell’ebraismo. Sono questi che, orgogliosi, raccontano che la loro famiglia porta avanti quella piccola attività da circa un secolo. All’interno di queste botteghe sembra di rivivere l’atmosfera del film “ Concorrenza Sleale ” di Ettore Scola. Sembra di entrare in un ambiente intimo, dimostrazione della cura verso un’antica tradizione familiare. Lo spirito imprenditoriale da commercianti consumati traspare dai loro atteggiamenti con il cliente e con la marea di turisti che chiedono solo informazioni.
Ristorante in via del Portico d'OttaviaPurtroppo la crisi sta colpendo anche questi colossi della piccolissima imprenditoria. Molti di questi negozi, come Spizzichino o Limentani, non hanno nemmeno degli eredi in cui sperare che la tradizione familiare continui. Ma essi stessi confessano che non saprebbero nemmeno come convincere i loro figli a prendere in mano un’attività in perenne perdita. Un orafo mi confessa: “Mio padre faceva l’incassonatore, mio zio pure, mio nonno pure.
Mio figlio qualche anno fa mi ha detto “voglio imparare anch’io il tuo lavoro” ed io gli ho risposto di no. È un lavoro durissimo, e il nostro mercato ormai è compromesso”.

Una cosa ben più visibile sono gli esercizi di ristorazione. In particolare, Via del Portico d’Ottavia è piena di esercizi di ristorazione. L’ex ghetto infatti è oggi famoso soprattutto per i suoi ristoranti di cucina giudaico-romana e per i suoi forni kosher, cioè quelli che rispettano la normativa ebraica sul cibo, il kesharut . In questo caso solo i ristoranti di cucina romana sono aperti e si possono contare sul palmo di una mano. Tutti i ristoranti kosher invece tengono rigorosamente chiusi fino alle 17:45, momento in cui cala il sole, e lo Shabbat termina ufficialmente. Al massimo alcuni vendono cibo cucinato prima del calar del sole di venerdì, e lo vendono take away durante il sabato.
Più di un commerciante lamenta la nuova situazione, ormai degenerata, in cui la preponderanza dei ristoranti ha ormai denaturato il quartiere. Solo vent’anni fa le vie traboccavano di botteghe, piccoli commercianti e artigiani. Ora rimangono in pochi, tutti disillusi. A contrastare questo declino commerciale si stagliano però altre istituzioni ben visibili durante la settimana. Le scuole medie ed elementari, il Comunità Israelitica di Roma, la Grande Sinagoga ed il Museo Ebraico rimangono a testimoniare un passato sociale e culturale che non verrà cancellato.

Michele Aiello

One thought on “Un sabato al ghetto di Roma

  1. Interessante la descrizione del ghetto che con semplici parole aiuta il lettore a ricreare nella sua mente l’atmosfera del ghetto e la laboriosità dei suoi abitanti

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