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Non è un paese per donne

ImageFemminicidio numero 110 dall’inizio del 2012. L’assassinio di Carmela Petrucci, diciassette anni, e il ferimento della sorella Lucia si aggiungono alla lunga lista di violenze efferate da parte di uomini gelosi e possessivi che fanno la parte dei padroni. È impossibile cominciare a leggere in maniera adeguata il problema senza accettare il presupposto: la discriminazione di genere in Italia esiste ancora. E il problema è tanto più forte quanto più il discorso fa comunemente spalancare gli occhi per lo stupore.

La violenza sulle donne affonda le sue radici prima di tutto nella cultura che ancora contribuisce a tratteggiare i ruoli di vittima e carnefice ai due diversi sessi. Il cambiamento di questa mentalità diventa quindi il primo passo per il superamento del problema, e in questo passaggio le istituzioni hanno un ruolo importante di rieducazione al valore del rispetto. Nonostante il perpetuarsi del fenomeno, però, non è ancora stata ratificata la Convenzione di Istanbul del Consiglio d’Europa del 2011 sulla prevenzione e la lotta contro la violenza sulle donne e la violenza domestica. La ministra Fornero ha infatti firmato l’accordo qualche settimana fa ma la ratifica vera e propria sembra ancora lontana.

La cultura del femminicidio si annida tra le mura domestiche – dove viene consumato l’85% delle violazioni – all’interno di case in cui la figura femminile è ancora legata a immagini stereotipate di donna-preda che la relegano a una “funzione” di oggetto e quindi di proprietà dell’uomo. Solitamente l’omicidio è solo l’ultimo folle gesto che porta a compimento una vera e propria persecuzione della vittima, fisica e psicologica. Il 70% dei femminicidi avviene in un contesto in cui i servizi o le forze dell’ordine sono stati già avvisati del rischio, come nel caso di Lucia e Carmela che avevano precedentemente messo al corrente i carabinieri.

Nonostante non esista un osservatorio nazionale sulla violenze alle donne (un’altra grave mancanza da parte delle istituzioni), l’urgenza del problema ha messo a lavoro le organizzazioni che trattano il tema e hanno cominciato a raccogliere la lista degli omicidi di genere passando in rassegna tutti gli articoli della stampa dal 2006 ad oggi. Mentre il Ministero degli Interni parla di un calo delle vittime per omicidio nel 2012, dagli studi della Casa delle donne di Bologna è emerso che il numero di femminicidi è aumentato anno dopo anno. Il 25 giugno scorso alle Nazioni Unite di Ginevra c’è stato un intervento illuminante di Rashida Manjoo, esperta ONU per i diritti umani. Presentando il suo “Rapporto tematico annuale sugli omicidi basati sul genere”, parlando dell’Italia è emersa in prima luogo proprio la scarsa sensibilità istituzionale al problema, da cui la raccomandazione per la creazione di un organo ufficiale specializzato e per lo stanziamento di fondi per una raccolta ufficiale di dati in collaborazione con l’ISTAT. Ma soprattutto è allarmante la percezione culturale del problema. Rashida Manjoo scrive infatti che “la maggior parte delle manifestazioni di violenza non viene denunciata perché le vittime vivono in un contesto culturale maschilista dove la violenza domestica non sempre è percepita come un crimine”. Complice di questo sostrato culturale è anche la dipendenza economica dal partner violento e qui il rapporto conferma che protagonisti delle violenze sono soprattutto fidanzati, mariti, amanti. Questa riflessione sul contesto che circonda la violenza sulle donne apre altre dolenti considerazioni sulla discriminazione femminile nel nostro paese: la differenza salariale a parità di posizione, la carenza di servizi di welfare (come asili nido o strutture specializzate per l’assistenza agli anziani) che faciliterebbero le donne sul lavoro, la presenza – fino a pochi mesi fa – di una pratica assurda da parte delle aziende come le “dimissioni in bianco”.

Nel 2013 il CEDAW dell’Onu – Convenzione sull’Eliminazione di ogni forma di discriminazione delle donne – chiederà conto all’Italia di cosa ha fatto negli ultimi due anni contro il femminicidio in termini di politiche e provvedimenti ufficiali. Vista l’emergenza e la scarsità di attenzione sarebbe quindi bene cominciare a seguire i consigli.

Elena Risi

4 thoughts on “Non è un paese per donne

  1. Penso che il femminicidio sia un problema molto serio, ma purtroppo snobbato dai media mainstream.
    Questo potrebbe anche essere un problema di maschilismo culturale italiano, che bisogna combattere quotidianamente.

  2. Brava. Bisogna affermare a gran voce le contraddizioni della nostra società e non smettere mai di rivendicare un mondo più attento alle differenze di genere senza discriminazioni. La violenza sulle donne è un aspetto molto grave che deve far riflettere: sembra quasi che il tempo non passi proprio

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